“COME COMBATTERE L’ANTISEMITISMO IN ITALIA.” DI GIOVAN BATTISTA BRUNORI
FONDAZIONE MUSEO DELLA SHOAH, ROMA 20 GIUGNO 2023

Il tema di questo panel “come combattere l’antisemitismo in Italia” va inquadrato in un contesto caratterizzato da aumento dei crimini dell’odio, anche in Italia, l’odio contro le minoranze, contro chi viene considerato “diverso”, l’omofobia, e appunto l’antisemitismo, fenomeno che – nel corso dei secoli – ha cambiato volto, ma ha mantenuto la caratteristica principale: quello dell’odio contro gli ebrei, i diversi per eccellenza, popolo antichissimo vivo e vitale ancora oggi nonostante le persecuzioni ricorrenti culminate nello sterminio di sei milioni di ebrei, sulla base di un’ideologia razzista che si è innestata su un odio di matrice religiosa, che si è sviluppata in ambito cristiano.
Un odio per il diverso, per chi non si omologa alla maggioranza, per chi segue pratiche religiose culturali o sociali non conosciute, non capite, e quindi temute come una minaccia.
Un virus contagioso, l’antisemitismo, una ossessione che prende forza soprattutto nei periodi di crisi economica, di crisi sociale, quando cresce il nazionalismo, quando settori della popolazione cercano un capro espiatorio, una soluzione semplice a problemi complessi.
L’odio per il diverso cresce quando c’è allarme sociale a causa della crisi economica, della disoccupazione, o come è avvenuto negli ultimi anni, della pandemia, che ha fatto crescere anche i disturbi mentali.
Dunque una malattia che – soprattutto in alcuni periodi della storia – ha contagiato interi popoli o almeno ampie maggioranze, oppure è stata diffusa da minoranze particolarmente violente e determinate, che sono riuscite ad imporre la loro narrazione ad una maggioranza passiva e distratta, una maggioranza indifferente a ciò che accadeva intorno ad essa.
Perfino nella Germania nazista, il numero di chi materialmente ha compiuto quell’immane massacro di innocenti, si aggirava intorno alle 300 mila persone. Tantissimi carnefici, certo, ma non tutto il popolo tedesco: moltissimi erano antisemiti, molti erano indifferenti, la maggioranza aveva dato carta bianca ad un dittatore, eletto in regolari elezioni democratiche, che ha guidato la Germania per 12 anni, dalle promesse di gloria, alla guerra mondiale, alla sconfitta militare, al suicidio di Hitler, capitolo che si è concluso per nostra fortuna con la vittoria degli alleati.
Dunque, l’antisemitismo una sfida da affrontare sotto molteplici aspetti, che non riguardano solo la repressione dei fenomeni di violenza, ovviamente doverosa e molto importante, ma sono un tema a affrontare sotto il profilo culturale, religioso, sociale. Una sfida da affrontare sotto il profilo educativo, e ci troviamo in una istituzione come la Fondazione Museo della Shoah che ogni anno incontra e forma migliaia di studenti delle scuole di tutta Italia.
La conoscenza è la prima ricetta per combattere l’odio: occorre il dialogo, la promozione di una cultura del rispetto dell’altro, nella consapevolezza che la diversità può essere un arricchimento, se gestita correttamente. Conoscenza delle cause dell’ odio antiebraico e dei suoi effetti velenosi, ma bisogna parlare anche di conoscenza di un popolo che ha una grande vitalità, amore per la vita, che ha portato un contributo straordinario alla cultura, alla scienza, all’arte, alla società in genere, se pensiamo – ad esempio – che l’invenzione sotto il profilo religioso del sabato ebraico, che prevede il riposo settimanale, è andata ben oltre gli ambienti ebraici, per costituire una conquista fondamentale per la civiltà umana, una conquista importante ancora oggi, conquista che per molti nel mondo resta ancora un miraggio.
L’odio contro l’ebreo, nel dopoguerra, in parte si è trasformato nell’odio contro lo Stato degli ebrei, l’antisionismo: non parliamo ovviamente delle legittime critiche ad un governo o ad un altro, ma parliamo del non riconoscimento del diritto di Israele ad esistere, o della volontà di cancellare la stessa esistenza dello Stato d’Israele dal consesso delle nazioni.
Noi giornalisti abbiamo come stella polare l’articolo 21 della Costituzione sul diritto “di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Fondamento di una società democratica.
Questo articolo della Costituzione va però bilanciato con l’articolo 3 della Costituzione che sancisce la pari dignità e la eguaglianza di tutte le persone senza discriminazioni.
Come si è espressa la Cassazione con sentenza del 7 maggio 2008: “il principio costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero […] non ha valore assoluto, ma deve essere coordinato con altri valori costituzionali di pari rango.”
In particolare, l’articolo 21, il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero incontra il limite derivante dall’art. 3 della Costituzione che consacra solennemente la pari dignità e l’eguaglianza di tutte le persone senza discriminazioni di razza.
Parimenti, anche la libertà di ricerca storica e culturale e del relativo insegnamento, proclamate dall’art. 33 della Costituzione, comma 1, secondo la Cassazione “sono limitate dall’obbligo costituzionale di rispettare la eguaglianza e la pari dignità delle razze e delle etnie […]. Più in particolare, la libertà di ricerca e di insegnamento storico-culturale cessa quando travalica nella diffusione di idee basate sulla superiorità o sull’odio razziale ovvero nell’incitamento alla discriminazione razziale”






