Intervista a Radio Radicale. "Spazio Transnazionale" di Francesco de Leo. 29 settembre 2026

Israelesenzafiltri. 25 settembre 2026

https://israelesenzafiltri.org/

Il peccato di Brunori? Aver fatto il giornalista – la realtà disturba il soviet USIGRai

Il Direttore

C’è un modo molto semplice per capire quando il giornalismo smette di difendere il giornalismo e comincia a difendere una narrazione: basta osservare cosa succede quando un reporter porta davanti a una telecamera qualcosa che quella narrazione preferirebbe non vedere.

Giovan Battista Brunori è entrato nella Striscia di Gaza e ha mostrato al pubblico del Tg1 i tunnel di Hamas: infrastrutture sotterranee dotate di elettricità, ventilazione, servizi, munizioni ed esplosivi, costruite per consentire ai miliziani di operare e ripararsi nel sottosuolo. Il servizio è andato in onda il 23 settembre.

Il giorno dopo arriva USIGRai. E improvvisamente il problema non sono più i tunnel.

Il problema diventa averli mostrati.

Nel comunicato del sindacato, quel reportage viene inserito tra gli esempi di una presunta “piega dell’informazione di Servizio Pubblico ai temi della propaganda”, contestando in particolare la conclusione secondo cui Hamas avrebbe utilizzato il sistema sotterraneo mentre la popolazione civile rimaneva in superficie.

È una concezione del giornalismo semplicemente surreale.

Se un giornalista entra in un tunnel, accende una telecamera e mostra ciò che trova, non sta facendo propaganda perché quelle immagini disturbano la narrativa preferita di qualcuno. Sta facendo esattamente il suo mestiere.

Il compito di Brunori non è rassicurare USIGRai. Non è produrre il servizio che piace alla piazza, al sindacato o alla corrente ideologica del momento. È andare dove può andare, vedere ciò che può vedere, verificare ciò che può verificare e raccontarlo.

E qui arriva la parte quasi comica.

Il 29 luglio era la stessa USIGRai a esprimere “ferma e convinta solidarietà” a Brunori dopo le intimidazioni antisemite subite (…senza nemmeno essere ebreo!), ricordando correttamente che il diritto di critica non può trasformare un giornalista in un bersaglio.

Due mesi dopo, davanti a un reportage sgradito, ecco Brunori finire indirettamente nel comunicato sulla “propaganda”.

Solidale quando viene minacciato per circostanza, propagandista quando mostra qualcosa che non piace a certa sinistra terzomondista.

Curiosa questa idea della libertà di stampa…

La libertà di informazione vale soprattutto quando il giornalista porta una notizia che mette in difficoltà le nostre convinzioni. Altrimenti non è libertà: è semplicemente la pretesa che il servizio pubblico confermi ciò che abbiamo già deciso essere vero.

Noi preferiamo un giornalista dentro un tunnel con una telecamera a cento sacerdoti rossi della “narrazione corretta” seduti davanti a un comunicato sindacale.

Giovan Battista Brunori ha mostrato. Ora sarà il pubblico a riflettere (si spera) e a giudicare.

È così che dovrebbe funzionare il giornalismo.

Non serve il permesso del soviet, di USIGRai.

Unirai: difendiamo il giornalismo che documenta i fatti

ADNKRONOS  24-09-2026  21:40  [ Politica ] RAI: UNIRAI, ‘AL CONTRARIO DI USIGRAI DIFENDIAMO IL GIORNALISMO CHE DOCUMENTA I FATTI’ = Roma, 24 set. (Adnkronos) – “È davvero singolare che proprio chi  dovrebbe difendere l’autonomia e la professionalità dei giornalisti  Rai scelga di mettere sotto accusa il lavoro di un collega che è  andato sul terreno, ha documentato ciò che ha visto e ha realizzato un servizio giornalistico su una realtà di guerra come i tunnel di Hamas. Giovan Battista Brunori non ha fatto propaganda: ha fatto il  giornalista. Il giornalismo non consiste nel raccontare soltanto ciò  che conferma una tesi. Consiste nell’andare dove accadono i fatti,  verificarli, documentarli e mostrarli al pubblico. Per questo ci  saremmo aspettati dall’Usigrai una parola di apprezzamento per il  lavoro di un collega, non la sua delegittimazione”. Così in una nota  l’Unirai, il sindacato dei giornalisti Rai.        “Sorprendente anche che, nella stessa nota, Usigrai liquidi come  ‘allusioni e teoremi’ l’intera vicenda Report-Ranucci-Lavitola,  lamentando sostanzialmente che se ne parli troppo. Da quando un  sindacato dei giornalisti decide quali vicende possano essere  raccontate e quali no? Il Servizio Pubblico non ha bisogno di meno  giornalismo, ma di più giornalismo: più inchieste, più verifica delle  fonti, più reportage, più pluralismo e soprattutto più libertà di  raccontare i fatti, anche quando sono scomodi”, aggiunge l’Unirai.        (Red-Spe/Adnkronos)  ISSN 2465 – 1222 24-SET-26 21:39

Setteottobreassociazione. 25 settembre 2026

https://www.instagram.com/p/Ddtx_ORIvQu

 


setteottobreassociazione

Il Tg1 entra nei tunnel di Hamas e mostra la verità: più di 500 km di tunnel, un investimento gigantesco, soldi sottratti alla popolazione per costruire un’arma micidiale contro Israele, preparare il massacro del 7 ottobre, proteggere i terroristi dalla reazione israeliana e usare i civili come scudo.

Cose note, ammesse persino da Hamas: «abbiamo costruito i tunnel per proteggerci dagli aerei. Combattiamo da dentro i tunnel. Proteggere i civili è responsabilità delle Nazioni Unite» (Mousa Abu Marzouk, ufficio politico di Hamas, Russia Today, 27 ottobre 2023).

E il sindacato dei giornalisti Rai aggredisce l’autore del servizio Giovan Battista Brunori, accusandolo di piegare il Servizio Pubblico ai temi della propaganda.

Sono giornalisti senza morale, senza rispetto per la loro professione, senza alcuna deontologia professionale. Aggrediscono un collega perché non propala le menzogne del genocidio a Gaza e si ostina a non distorcere la realtà, ma prova a rappresentarla.

Giornalistitalia. 25 settembre 2026

 
Il suo servizio per il Tg1 sui tunnel di Hamas nella Striscia di Gaza ha fatto il giro del mondo

Giovan Battista Brunori: scoop da Premio Pulitzer

Giovan Battista Brunori nel tunnel di Hamas nella Striscia di Gaza

ROMA – Un giornalista italiano nei tunnel di Hamas. In meno di due minuti, Giovan Battista Brunori spiega e mostra in video quello che bisogna sapere. Armi, munizioni, elettricità, stanze da letto, bagni, ventilazione: c’è tutto il necessario per migliaia di terroristi che hanno potuto nascondersi per anni nella rete di oltre 500 chilometri di tunnel militari al riparo dai bombardamenti israeliani.
Hamas ha lasciato i civili in superficie per usarli come scudi umani, civili che hanno subito le conseguenze peggiori della guerra.
Uno scoop internazionale, che negli Stati Uniti gli americani candiderebbero al Premio Pulitzer. Questa volta, però, l’autore di questo sensazionale colpo giornalistico è un giornalista italiano, Giovan Battista Brunori, che conosce la Strisca di Gaza come le sue tasche. Il suo reportage è andato in onda ieri, 23 settembre 2026, al Tg1 delle ore 20, facendo immediatamente il giro del mondo. «Sono più di 500 chilometri di tunnel – spiega in maniera veloce e chiarissima l’inviato della Rai a Gerusalemme – scavati nel corso degli anni nel sottosuolo della Striscia di Gaza a una profondità di 20 metri, ma talvolta anche a 70-80 metri di profondità, usando persino gli aiuti umanitari come materiali da costruzione.

Hamas nei tunnel e i civili usati in superficie come scudi umani

Sono tunnel forniti di elettricità, ventilazione, servizi igienici, munizioni ed esplosivi, e per lunghi periodi hanno costituito un formidabile dispositivo offensivo per realizzare attacchi contro civili e militari israeliani.

Giovan Battista Brunori

Vi si rintanavano migliaia di terroristi al riparo dai bombardamenti israeliani, mentre la popolazione civile palestinese, usata come scudo umano, veniva lasciata in superficie».
Ma non è rischioso tutto questo? A questa domanda lo stesso Giovan Battista Brunori aveva già risposto qualche giorno fa presentando ufficialmente alla stampa il suo ultimo libro: «Quello che mi anima è l’amore per il mio lavoro – dice senza peli sulla lingua – e sono grato alla Rai che mi consente di essere in mezzo ai fatti che coinvolgono la vita del pianeta e per la fiducia che mi ha accordato mandandomi tre anni fa in Medio Oriente e che continua a dimostrarmi tutt’oggi. Il mio lavoro consiste nel mettere non me stesso in evidenza – anche se ho realizzato dal 7 ottobre più di 8.000 servizi – ma i fatti dove accadono e raccontare le sofferenze e le realtà delle persone. Questo mi dà ogni giorno la forza».
Non ci sono più dubbi sulla verità storica di questi giorni e di questi anni lungo la Striscia di Gaza.
Se ne è discusso a lungo nel corso della cerimonia di lancio dell’ultimo libro di Giovan Battista Brunori «Il Nuovo Medio Oriente. Il declino della mezza luna sciita», dove dal dibattito della serata si evinceva con grande chiarezza come la maggiore difficoltà affrontata in questi anni è stata per i giornalisti di turo il mondo «la forza comunicativa di Hamas rispetto all’efficacia di quella di Israele».
Giovan Battista Brunori cita un caso specifico: quello che è accaduto il 17 ottobre 2023 con il bombardamento dell’ospedale Al-Ahli di Gaza, «dove dopo pochi minuti Hamas aveva pronto un comunicato ufficiale che diceva che era stato Israele a colpirlo, e che l’attacco israeliano aveva causato 500 morti, dando i dettagli di quanti uomini, quante donne e quanti bambini, e tutto questo con una velocità sorprendente».
La versione data da Hamas è stata poi ripresa da quasi tutti i media del mondo per diverse ore e solo dopo un po’ si è, finalmente, capito che in realtà era stato un razzo della Jihad Islamica andato fuori bersaglio a colpire l’ospedale, facendo qualche decina di morti.
«Purtroppo – sottolinea Brunori – per molte ore l’altra versione è mancata, e questa è stata la difficoltà principale in questi anni». Ma già il giorno prima durante un’operazione a Qalqilya, la polizia e le guardie di frontiera avevano scoperto un tunnel ancora in costruzione, profondo almeno 25 metri.

Giovan Battista Brunori

Al suo interno, la polizia aveva rinvenuto un fucile M16, un fucile di precisione, munizioni, caricatori, diversi telefoni cellulari, un dispositivo di registrazione video e fertilizzante, un materiale che potrebbe essere utilizzato per la fabbricazione di esplosivi. Un secondo tunnel era stato scoperto nelle vicinanze. La sua costruzione era ancora nelle fasi iniziali. Quattro sospetti sono stati arrestati durante l’operazione e portati in caserma per essere interrogati.
Al momento la polizia non ha specificato la lunghezza del primo tunnel, la sua destinazione prevista o il suo scopo preciso. Non è stato ancora ufficialmente stabilito alcun collegamento con una specifica organizzazione terroristica.
Tuttavia, la presenza di armi e materiali che potrebbero essere utilizzati per fabbricare ordigni esplosivi rafforza i sospetti sulla natura dell’infrastruttura». Qalqilya – spiegano gli esperti militari – si trova in Giudea e Samaria, nelle immediate vicinanze della barriera di sicurezza e di diversi insediamenti israeliani nella regione di Sharon, tra cui Kfar Saba.
Lo stesso sindaco, Rafi Saar, che è anche presidente del Forum delle località della Linea di Demarcazione, ha parlato alla stampa di un «evento grave» che, a suo dire, dimostra che la minaccia per gli abitanti della regione è «reale e immediata».
«Non si tratta – ha spiegato – di un allarme teorico, ma di una realtà di sicurezza che richiede un’azione decisa. Gli abitanti della Linea di Demarcazione, di Kfar Saba e dell’intera regione di Sharon non possono vivere nell’incertezza. Hanno diritto alla sicurezza, alla protezione e alla pace».

Giovan Battista Brunori

In questo nostro mestiere si può discutere di tutto e del contrario di tutto, ma quando il nostro mestiere lo sia fa in questo modo, rischiando la propria vita ogni giorno sul campo, e andando in giro tra le macerie della Striscia di Gaza per cercare verità nascoste o tradite, allora è il caso di dire grazie a Giovan Battista Brunori per questa straordinaria lezione di giornalismo moderno. Altro che grandi inviati di guerra. Qui c’è molto di più. Chapeau. (giornalistitalia.it)

Pino Nano

CHI È GIOVAN BATTISTA BRUNORI

Capo della Sede Rai di Gerusalemme dal luglio del 2023, ha seguito sul campo la guerra contro Hamas a Gaza e contro gli Hezbollah in Libano.

Giovan Battista Brunori

Più volte inviato nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Israele, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre ha realizzato oltre 8000 servizi, reportage e dirette per tutti i canali Rai. Ha seguito in Arabia Saudita nel 2025 la visita del presidente americano Donald Trump.
Nel corso degli anni ha realizzato, tra l’altro, reportage in Lituania (2023), Ucraina (2022) in Medioriente (guerra Gaza Israele 2021), in Afghanistan, in Iraq, in Russia, Nordafrica, Serbia. Ha seguito i viaggi apostolici di papa Francesco in Corea del sud e in Turchia. Ha seguito con collegamenti in diretta da Piazza San Pietro per il Tg2 e per la Rete 2 i giorni della malattia, della morte e dei funerali di Joseph Ratzinger Benedetto XVI e per Rai3 ha seguito i giorni dell’agonia e della morte di papa Giovanni Paolo II.

Giovan Battista Brunori nella Striscia di Gaza

Per il Tg2 ha realizzato molti approfondimenti tra i quali Tg2 Dossier “I mille volti della Shoah” 2023, Tg2 Dossier “La pace sospesa” sulla crisi in Medioriente (2021), Tg2 Dossier “Il virus dell’odio” per il Giorno della Memoria 2021 il Tg2 Dossier “Il futuro della Memoria” per il Giorno della Memoria 2020, il Tg2 Dossier “La nuova vita del papa teologo” 2019, il Tg2 Dossier In cammino verso il Giubileo 2015.

Giovan Battista Brunori

Archivista, giornalista capo redattore, al Tg2 Rai si è occupato per oltre vent’anni di Esteri e Informazione religiosa. È stato componente del Comitato di Redazione del Tg2 e presidente del Collegio dei Revisori dei conti dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio (2013-2017). Ha lavorato a Persona Tv, a Telemontecarlo e alla Tgr Lazio Rai.

Giovan Battista Brunori con il direttore di Giornalisti Italia, Carlo Parisi, al Premio Agnes 2026 in Piazza di Spagna a Roma (Foto Giornalisti Italia)

Ha alle spalle una miriade di premi eccellenti, a partire dall’ultimo ritirato qualche mese fa a Roma in Piazza di Spagna, il Premio Internazionale di giornalismo “Biagio Agnes 2026 (presidente Gianni Letta), Premio Cimitile 2026, Premio “Luci di verità” 2026. Poi ancora: Premio “Delio Costanzo” (2024) Premio speciale per la stampa, espressione delle libertà democratiche Reggia della Venaria, (Torino), Premio Giornalistico Televisivo “Ilaria Alpi” (Riccione 1998, presidente della Giuria Igor Man), “Premio Personalità Europea” (Roma 2005), Premio Goccia d’Oro per il dialogo interreligioso (Rapolano Terme 2006).
Ha pubblicato nel 2025 il libro “Il Nuovo Medio Oriente. Il declino della Mezzaluna sciita” Belforte Editori; nel 2017 “Benedetto XVI. Fede e profezia del primo papa emerito nella storia” edito dalle Edizioni Paoline e tradotto in spagnolo “Benedicto XVI. Fe y profecía del primer Papa emérito de la historia” (2018). La traduzione polacca della biografia di Joseph Ratzinger “Benedykt XVI. Wiara i proroctwo pierwszego papieża emeryta w historii” (2020) ha vinto il Premio Feniks 2021 Categoria “Autore straniero” (Polonia, Editori cattolici).

Giovan Battista Brunori

Nel 2005 ha pubblicato il libro “La Croce e la Sinagoga” (Franco Angeli) recensito – tra l’altro – con un’intervista su “Specchio” (La Stampa) da Alain Elkann il 2 luglio 2005 e da Andrea Tornielli (Il Giornale). Nel 2011 ha realizzato un reportage prodotto dal Segretariato Sociale della Rai: un dvd sulle baraccopoli di Nairobi in Kenya. Ha anche ideato e condotto la rubrica settimanale di Rai3 nazionale “Verso il Giubileo”, in preparazione dell’Anno Santo del 2000 e ha condotto la rubrica di Rai3 “Dentro il Giubileo” che ogni mercoledì in diretta da San Pietro ha dato conto degli eventi che hanno segnato il Giubileo indetto da Papa Wojtyla.
Infine, nel febbraio 1998 ha scoperto un cimitero paleocristiano a Ponte Camillario, alle porte di Viterbo (inchiesta andata in onda sul Tgr Lazio Rai). Quanto basta per capire lo spessore e il carisma professionale del famoso inviato della Rai in Israele. 

Il Riformista.25 settembre 2026

Il reportage di Brunori nel supertunnel di Hamas.

“E’ scattata la “guerra santa” contro Israele”

di Antonio Picasso

«È una rete di tunnel dotata di bagni, elettricità, sistemi di ventilazione, esplosivi…», spiega alla telecamera Giovan Battista Brunori nel suo recente reportage il cui titolo non ha bisogno di spiegazioni: “Nelle viscere di Gaza: viaggio nel supertunnel di Hamas”. L’impegno dell’inviato Rai in Israele, di far vedere entrambe le parti della medaglia del conflitto mediorientale, ha generato spesso polemiche, sfociate poi in violenze verbali.

Brunori, partiamo dall’ultimo attacco ricevuto per aver preso parte alla Giornata europea della cultura ebraica a Milano. Perché, secondo lei?

Penso abbia suscitato qualche mal di pancia il fatto che io ho detto che Israele in questi tre anni di guerra ha recuperato sul piano militare la “deterrenza”, svanita il 7 ottobre, ma che ha perso nettamente la partita sul terreno dell’informazione e della comunicazione.

Bisogna distinguere chi vuole davvero lavorare per la pace e per una soluzione a due Stati da chi, consapevolmente o meno, mette in discussione l’esistenza di Israele. Io sono favorevole alla pace e ai due Stati.

Il contrario di quanto successo ad Hamas.

Con la macchina comunicativa, Hamas è riuscita a “mostrificare” Israele. E’ riuscita a far oscurare le sue responsabilità nello scatenamento della guerra e nell’opprimere la popolazione palestinese. Basti pensare al caso del fotoreporter pluripremiato Motaz Azaiza, che ha scelto di non pubblicare le immagini dei gazawi che aggredivano e picchiavano gli ostaggi israeliani. Lui ha svelato l’esistenza di un gruppo Whatsapp controllato da Hamas con tutti i giornalisti di Gaza, uno strumento per controllare la narrazione mediatica e coordinare gli attacchi contro le voci critiche. Circostanza uscita pubblicamente grazie alle sue dichiarazioni. È così scomparso il contesto precedente. Vent’anni di repressione di un governo autoritario di Hamas a Gaza, l’uso dei civili e quindi dei minori come scudi umani, i bambini soldato. Come si è visto, sono stato nei tunnel di Hamas a Gaza, appunto, e in quelli di Hezbollah nel Libano meridionale. A Rafah ne ho visto uno il cui ingresso era a pochi metri da un asilo.

Ed è questa la vera tragedia della popolazione di Gaza.

A Gaza è in corso una guerra orribile. Israele ha le sue responsabilità da accertare e perseguire a partire da fatti concreti, non sulla base della propaganda.  Quello di Netanyahu è, a mio giudizio, il governo più estremista della sua storia. Ma il 7 ottobre si è avuto un attacco contro civili israeliani con l’obiettivo, purtroppo riuscito, di far saltare l’accordo tra Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti. Questo non si può omettere.

Lei sostiene che anche i media occidentali abbiano contribuito a una rappresentazione distorta del conflitto. In che modo?

Il problema principale è la selezione delle notizie. Non solo tra vere e false. Un giornale deve scegliere cosa raccontare. Se per anni concentriamo tutte le attenzioni su Israele e Gaza oscurando il ruolo di Hamas e dell’Iran, se mettiamo in ombra le tragedie dello Yemen, del Sudan, dell’Eritrea o le persecuzioni dei cristiani in altre aree, rischiamo di alterare la percezione complessiva. Si crea l’impressione che la colpa di tutti i mali del mondo sia di Israele, degli israeliani e quindi degli ebrei.

Come può difendersi l’informazione da questa guerra cognitiva?

Contestualizzando. La Rai, la più grande azienda culturale italiana, ha fatto sul Medio Oriente un lavoro straordinario per qualità e pluralità di punti di vista. Noi giornalisti dobbiamo raccontare i fatti senza piegarci al “pensiero unico”, dando al cittadino una completezza di elementi per essere informato.

Lei lega questo problema anche alla crescita dell’antisemitismo?

Vedo segnali preoccupanti in Italia. Persino in ambienti cattolici, sembra sia scattata una sorta di “guerra santa” contro Israele. Io sono cattolico e da sempre impegnato nel dialogo interreligioso. Quando sono arrivato in Israele nel 2023, sono stato tra i primi a occuparmi delle aggressioni di estremisti ebrei contro religiosi cristiani. Quegli episodi esistono e vanno denunciati. Ma non autorizzano a descrivere Israele come un Paese dove i cristiani sono perseguitati. In Israele, fatto unico in Medio Oriente, i cristiani aumentano.

Qual è allora, secondo lei, il compito di chi vuole davvero lavorare per la pace?

Bisogna tenere insieme due esigenze. Difendere il diritto di Israele a esistere e rimuovere le ingiustizie e le tragedie della popolazione palestinese. Agli israeliani occorrerà molto coraggio per arrivare alla pace dopo il 7 ottobre. Occorre però da parte del mondo arabo islamico un limpido riconoscimento dello Stato d’Israele.

Il Mattino della Domenica. (Lugano) 13 settembre 2026

Il Mattino della Domenica. Settimanale del Canton Ticino. 13 settembre 2026.

Brunori, il giornalista linciato: “Sono incapaci di dialogare”
Il corrispondente Rai da Gerusalemme, è stato insultato e minacciato di morte dall’orda pro-Pal per aver definito “escursionisti” degli escursionisti israeliani.

“Lurida merdaccia”, “verme”, “brucerai all’inferno”, “ti aspettiamo in Italia per spararti in fronte”, sono alcuni (non i peggiori) tra le migliaia di messaggi ricevuti in questo ultimo mese e mezzo da Giovan Battista Brunori, pluripremiato giornalista e saggista italiano, che dopo essersi occupato per oltre vent’anni di esteri e informazione religiosa (tra le altre cose, è biografo di Joseph Ratzinger) ha assunto nel luglio 2023 la responsabilità dell’Ufficio Rai per il Medio Oriente, poco prima che gli attacchi di Hamas scatenassero il più sanguinoso conflitto dalla nascita di Israele. In questo periodo Brunori ha realizzato personalmente oltre 8.000 servizi e dirette per la Rai, dai kibbutz israeliani mentre i terroristi erano ancora in azione, dai tunnel e tra le macerie di Gaza, dal Libano, da Gerusalemme mentre piovevano missili iraniani. Ha mostrato ai telespettatori un ventaglio estremamente ricco degli avvenimenti in Medio Oriente. Tra cui un servizio mandato in onda lo scorso 24 luglio al TG1 e TG2 che però in questo caso l’ha fatto finire nel mirino dell’orda pro-pal. Fomentati da alcuni influencer in malafede, migliaia di utenti dei social network hanno sottoposto il corrispondente Rai e la sua famiglia a un vero e proprio linciaggio, che a un mese e mezzo di distanza non si è ancora esaurito. La sua colpa? Aver definito “escursionisti” degli israeliani che stavano effettivamente facendo un’escursione quando sono stati attaccati da un gruppo di palestinesi.

Signor Brunori, come spiega questa furia cieca contro di lei?

“È partito tutto da alcuni influencer con un grande seguito che hanno estrapolato una piccola parte del mio servizio del 24 luglio e l’hanno rilanciata sui social, fornendo ai loro follower i miei indirizzi mail e invitandoli a contestarmi. In breve tempo migliaia di persone comodamente sedute sui loro divani, che nella stragrande maggioranza non sanno nulla di ciò che succede in Medio Oriente, hanno iniziato a subissarmi di insulti, intimidazioni e messaggi minatori. Hanno preso di mira non solo me ma anche la mia famiglia. Qualcuno ha poi affisso nei corridoi della Rai un volantino antisemita rivolto alla mia persona, al quale l’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha reagito con grande fermezza, e gliene sono grato. Anche i sindacati si sono esposti in mia difesa. Ma gli attacchi sui social e via mail sono proseguiti. Mi sono arrivati messaggi di una tale violenza da costringermi a sporgere denuncia alla Procura della Repubblica, alla Digos e alla Polizia Postale. Alcune centinaia di “haters” sono già stati identificati tramite uno studio legale specializzato. Altri seguiranno. Per carità, ogni servizio giornalistico è opinabile. Ma io ho raccontato la pura verità e rivendico il diritto di continuare a farlo, anche se questo può non piacere a qualcuno”.

Perché ha usato il termine “escursionisti”?

“Io ero lì in Cisgiordania per documentare gli attacchi sanguinosi delle bande di coloni, di quei criminali che bruciano automobili, case e moschee e che in certi casi arrivano a ferire o uccidere palestinesi. Però la mattina del 24 luglio vicino a Tell non abbiamo visto in azione i soliti coloni violenti ma alcune famiglie israeliane che erano andate a fare un’escursione in quella zona. È un’area dove certo io non porterei i miei figli, possiamo pensare ad una provocazione, fatto sta che era veramente un’escursione: quegli israeliani, che pure non erano autorizzati a recarsi in quelle zone, non erano lo stesso tipo di persone che danno fuoco a case e moschee: erano famiglie con bambini. A un certo punto queste famiglie israeliane vengono attaccate da un gruppo di palestinesi. Qualcuno dà l’allarme. Poco dopo arrivano sul posto gli agenti di sicurezza di una vicina colonia e alcuni soldati. Nelle immagini che ho mostrato in televisione (ma che evidentemente in molti non hanno guardato) si vede che un palestinese strappa l’arma a un agente di sicurezza e la usa dapprima per sparare a un israeliano che era a terra disarmato, poi a un altro. Li uccide entrambi. I soldati israeliani a loro volta uccidono quattro palestinesi. Il bilancio finale è purtroppo di sei morti. Questo è come sono andate le cose e come io le ho raccontate, in un servizio in cui descrivevo anche altri incidenti avvenuti quel giorno in Cisgiordania per mano di bande di coloni. Ma le famiglie coinvolte il 24 luglio negli incidenti di Tell non erano i soliti coloni armati che purtroppo vediamo spesso in azione. Aggiungo che io non ho mai detto che “tutti” i coloni violenti sono escursionisti, come mi hanno accusato”.

Non deve essere facile raccontare il Medio Oriente.

“È una zona di guerra. Come sempre accade in guerra, la prima vittima è la verità. Naturalmente c’è una forte propaganda da entrambe le parti. Quindi bisogna avere la schiena dritta e raccontare ciò che si vede, con indipendenza e autonomia di giudizio. L’obiettivo deve essere sempre quello di dare ai cittadini gli elementi necessari per farsi una propria idea. Sono convinto di averlo fatto anche in quel servizio, che buona parte dei miei odiatori non avrà nemmeno visto per intero. Si sono fidati dell’imbonitore di turno che ha tagliato uno spezzone di 15 secondi e l’ha ritrasmesso invitando i suoi follower al linciaggio. e questo può essere pericoloso”.

Si sente rimesso in questione?

“Per nulla. Alla sede di Gerusalemme siamo due giornalisti e dal 7 ottobre 2023 abbiamo fatto circa 13.000 tra servizi e dirette, a ogni ora del giorno e della notte, per tutti i canali della Rai. È stata una grande sfida professionale. A partire dall’amministratore delegato Giampaolo Rossi in giù tanti colleghi mi hanno espresso apprezzamento e sostegno. Ho ricevuto una telefonata dal vicepremier Antonio Tajani, solidarietà da vari partiti, da moltissimi giornalisti e da esponenti della società civile. Dal punto di vista professionale è una vicenda che aiuta a crescere. È dal punto di vista umano che è tutto più pesante. Per me e per la mia famiglia. Per la prima volta ho dovuto pensare di vivere sotto scorta. Ma prima di arrendermi a questa eventualità vorrei aspettare indicazioni dalle autorità per capire da dove sono partiti questi attacchi nei miei confronti”.

È inquietante che per un termine controverso si possa essere sottoposti a una tale gogna.

“Purtroppo questa gente sa poco o nulla di ciò che succede in Medio Oriente. Gli attacchi così violenti sono un frutto avvelenato della cultura woke, che riduce la complessità del mondo a uno scontro tra buoni e cattivi, in cui loro si arrogano il diritto di decidere chi sta da una parte e chi sta dall’altra. Loro non sono interessati al dialogo, non cercano di capire e compiono errori grossolani. Sono convinti di essere dalla parte del giusto e quindi si sentono in diritto di mettere il bavaglio a chiunque la pensi in modo diverso. Vogliono impedire la libertà di espressione, con le buone o con le cattive. Io l’ho appena vissuto sulla mia pelle”.

È comunque vero che certi coloni sono dei criminali.

“Certo, nei miei servizi negli ultimi tre anni non ho mai nascosto le loro efferatezze, che erano descritte anche in quel reportage del 24 luglio, nella parte che verosimilmente in pochi hanno guardato. Le bande di coloni violenti sono un serio problema, però nella definizione di coloni rientrano oltre 600.000 persone. I criminali sono una minoranza, alcune migliaia”.

Il governo d’Israele si rende conto del danno d’immagine causato da quei, seppur pochi, coloni criminali?

“Il governo di Netanyahu è complice di questa tragedia perché non fa nulla per fermare i crimini dei coloni. I banditi restano impuniti, non vengono quasi mai arrestati, anche perché all’interno dello stesso governo ci sono esponenti che ne sono l’espressione politica”.

È un danno d’immagine.

“Loro si rifugiano nell’idea che tanto Israele ha sempre avuto un trattamento diverso dagli altri paesi, il che è anche vero. Tuttavia, è innegabile che nell’attuale governo di Netanyahu su questo tema c’è poca lucidità. Non si considera l’effetto che le orribili dichiarazioni di ministri come Ben Gvir o Smotrich provocano nella comunità internazionale, mettendo in difficoltà gli israeliani ma anche gli ebrei che pur non avendo legami con Israele ne vengono considerati ambasciatori. Purtroppo questo è un governo che non considera prioritaria la collocazione internazionale di Israele. Non capisce che le dichiarazioni di singoli ministri, che pure rappresentano correnti minoritarie, possono essere percepite all’estero come la voce di Israele, soprattutto se i media non le contestualizzano”.

È colpa dei media?

“Non sto dicendo questo. Però in ogni Paese democratico ci sono politici estremisti che coltivano il proprio elettorato esprimendo frasi shock. Certamente nel caso di Ben Gvir e Smotrich la situazione è un po’ diversa perché stanno al governo. È dovere del giornalista dare una prospettiva, una valutazione sull’importanza delle dichiarazioni. Io ho letto sui giornali italiani dei titoli secondo cui Israele vorrebbe rioccupare Gaza, ciò che non è affatto vero. Ci sono alcuni estremisti, pochi, che vorrebbero reimpiantare le colonie. Ma la stragrande maggioranza della popolazione è contraria e lo stesso Netanyahu l’ha escluso categoricamente”.

Israele non ci guadagnerebbe tanto.

“Le colonie a Gaza sono state smantellate nel 2005 da Ariel Sharon. È stato un ritiro unilaterale, che poteva gettare le basi per la creazione di uno Stato palestinese. Il risultato è stato che Israele ha lasciato infrastrutture e coltivazioni ben curate, ma quelli che sono arrivati dopo hanno distrutto tutto e investito le risorse nella costruzione di 700 km di tunnel militari, nell’acquisto di missili e nella creazione di una struttura militare con decine di migliaia di terroristi armati fino ai denti. In vent’anni nella Striscia di Gaza sono arrivati 40 miliardi di dollari dalla comunità internazionale. Se Hamas avesse voluto il bene della popolazione, con tutti questi soldi avrebbe potuto costruirle case d’oro. Invece ha scelto di lasciare la gente nella miseria, nella fame e nella disperazione e intanto di costruire bunker sotto terra per i terroristi, di modo che quando arrivano gli attacchi israeliani loro possano mettersi al sicuro mentre la popolazione civile resta esposta alle bombe. I due leader di Hamas nel frattempo uccisi da Israele, Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh, dicevano chiaramente che la lotta per il popolo palestinese ha bisogno del sangue dei civili. È una tecnica che purtroppo in Occidente in pochi hanno capito”.

Però in Occidente abbiamo visto tante immagini di morte e distruzione.

“Si può criticare l’intervento israeliano a Gaza, si possono condannare le stragi di civili, si può discutere della proporzione della risposta agli attacchi del 7 ottobre. Però è giusto discutere sulla base di fatti concreti e non della propaganda di Hamas. A me sembra che i media, a parte qualche eccezione, abbiano sposato in maniera più o meno consapevole la narrazione di Hamas, cioè la narrazione di un gruppo che sostiene di fare gli interessi del popolo palestinese. Ma non è così. Hamas non ha mai cercato di fare il bene della popolazione. Hamas ha voluto costruire uno Stato terrorista che terrorizza in primo luogo i propri cittadini. Io ho trasmesso nei miei servizi le immagini di ciò che avveniva nelle stanze delle torture di Hamas, dove la gente veniva appesa a testa in giù, torturata e uccisa: sospetti collaborazionisti, avversari di Hamas, oppure omosessuali. Hamas è una banda di fanatici, criminali e terroristi, che il 7 ottobre 2023 ha provocato la più grave strage di civili israeliani mai avvenuta in questa terra, con bambini e anziani uccisi, ragazze stuprate e fatte a pezzi, 251 civili rapiti e portati a Gaza di cui solo una parte è tornata indietro”.

Perché hanno compiuto questo attacco?

“Il 7 ottobre è successo perché i terroristi volevano far saltare gli accordi di Abramo, quelli con cui una parte del mondo arabo, come gli Emirati, il Bahrein e il Marocco, hanno scelto di allacciare rapporti normali con Israele, ciò che per inciso conviene a tutti dal punto di vista della sicurezza, dell’economia, della cultura, della tecnologia, dello scambio di informazioni. Ora ricordo che poche settimane prima del 7 ottobre era pronto al 90% un accordo sulla sicurezza tra Israele, Stati Uniti e Arabia Saudita che avrebbe stabilizzato l’area e forse posto anche le basi per un futuro Stato palestinese. Bisogna considerare che tutto parte dal regime di Teheran, che dalla rivoluzione del 1979 ha finanziato gruppi come Hamas, Hezbollah e gli Houthi con l’obiettivo di strangolare, distruggere e cancellare dalla carta geografica lo Stato di Israele. Le autorità iraniane non nascondono la loro intenzione, l’hanno affermato pubblicamente. L’Iran non poteva accettare quell’accordo, a maggior ragione perché avrebbe rafforzato la posizione dell’Arabia Saudita, il suo rivale storico, al quale contende il ruolo di centro del mondo islamico. L’obiettivo del 7 ottobre era quindi di far saltare questo accordo che avrebbe permesso di voltare pagina nella regione. E in parte, purtroppo, ci sono riusciti, sebbene gli accordi di Abramo abbiano retto e si siano forse anche rafforzati, in particolare con gli Emirati Arabi Uniti, ai quali gli israeliani hanno fornito sistemi missilistici per difendersi dagli attacchi iraniani”.

Ecco, la guerra con l’Iran non ha permesso di far cadere il regime, nonostante il sostegno americano.

“Io credo che sia stato decisivo il supporto della Cina, che ha fornito armi a Teheran, e della Russia. E credo anche che per capire il comportamento degli autocrati che governano Russia e Cina occorra partire dal ritiro americano dall’Afghanistan. Negli Stati Uniti da anni cresce la tendenza ad occuparsi degli affari interni, molti hanno iniziato a pensare che tutte le guerre all’estero fossero troppo dispendiose e sanguinose. Quindi hanno iniziato a tirare i remi in barca. Ma il ritiro dall’Afghanistan è stato disastroso. A quel momento Putin, che da anni esprimeva con chiarezza la sua volontà di restaurare la potenza dell’impero sovietico o comunque del vecchio impero russo, ha capito che era il momento giusto per avanzare. E infatti poco dopo ha invaso l’Ucraina, perché pensava che l’Occidente fosse troppo debole, troppo impegnato nei suoi affari interni. Putin pensava che nessuno avrebbe protestato e che in tre o quattro giorni avrebbe finito la guerra. Invece gli ucraini si sono difesi con una forza straordinaria, sono riusciti a mobilitare l’Europa, che per una volta si è mostrata più o meno unita, così che i russi si sono ritrovati a dovere chiedere aiuto a tutti, anche all’Iran, che gli ha fornito i droni che uccidono i civili ucraini. L’Iran si è conquistato un ruolo all’interno dell’asse di tutti coloro che vogliono contrastare l’influenza americana e questo gli ha permesso di beneficiare dell’importante sostegno cinese”.

Tornando al conflitto israelo-palestinese, crede che la soluzione a 2 Stati sia ancora attuale?

“Io sono un sostenitore della soluzione a due Stati. Il problema è che ci vuole la fiducia reciproca. Dopo quello che è successo il 7 ottobre, in Israele questa fiducia ha perso molti consensi. Quel giorno sono stati attaccati proprio i villaggi di confine dove la maggioranza della popolazione cercava il dialogo, la convivenza, dove venivano portate avanti associazioni di aiuto ai bambini palestinesi per farli curare negli ospedali israeliani. I villaggi devastati il 7 ottobre sono abitati da persone che credono nella pace, che in molti casi impiegavano palestinesi come giardinieri o nei campi e che quella mattina hanno visto tornare alcuni di loro come terroristi. Dopo quello che è successo, è difficile fidarsi. Per guardare oltre questa pagina così oscura ci vorrà da parte israeliana un atto di creatività e coraggio”.

E da parte araba c’è la fiducia?

“Io credo che da parte del mondo arabo musulmano serva innanzitutto un onesto e limpido riconoscimento della realtà dello Stato di Israele, sia da parte delle autorità, sia da parte dell’opinione pubblica. Un riconoscimento vero, sincero, concreto. Finché non ci sarà questo riconoscimento sarà difficile parlare di pace”.
La situazione potrebbe cambiare se il 27 ottobre dovesse finire l’era Netanyahu?
“Non saranno le elezioni a risolvere miracolosamente la situazione. I sondaggi indicano che la coalizione di Netanyahu non dovrebbe ottenere la maggioranza. Non ha la maggioranza neanche l’opposizione che però sembra essere in leggero vantaggio. Ma il fatto è che chiunque vada al governo si ritroverà a dover affrontare i medesimi problemi di oggi. Magari potrà farlo in maniera diversa, ma nessun governo potrà restare tranquillo finché a Gaza ci saranno decine di migliaia di terroristi con una rete di tunnel in parte ancora intatta e finché non sarà crollato il regime degli ayatollah. Io vedo che in Israele c’è voglia di voltare pagina e credo che Netanyahu abbia fatto il suo tempo. Probabilmente pagherà anche il fatto di essere stato al governo il 7 ottobre e di non aver né saputo cogliere i segnali d’allarme, né reagire in maniera tempestiva. Ma non credo che con un nuovo governo la situazione cambierà radicalmente”.

Una parte d’Occidente continuerà a vedere Israele come il male assoluto?

“Uno dei risultati del 7 ottobre è stato quello di estremizzare le posizioni, di favorire chi non vuole la pace bensì il caos. Ma questo i media non hanno voluto raccontarlo. Hanno scelto di descrivere Israele come un Paese che ha tutte le colpe del mondo, hanno mostrificato gli israeliani e gli ebrei, hanno creato anche involontariamente le condizioni per la peggiore ondata di antisemitismo dai tempi della Shoah. Spiace constatare come anche nel mondo cattolico si sia andati ben oltre quello che succedeva a Gaza e si sia scatenata una sorta di guerra santa contro Israele che non contribuisce a risolvere quello che accade in Medio Oriente. Ho letto giornali cattolici che titolano «Israele, cristiani perseguitati», quando qui a Gerusalemme la domenica sento le campane che suonano da più parti, vedo un imponente istituto di suore, vedo chiese con crocifissi, vedo frati che studiano e fanno varie attività. Che ci possano essere contenziosi è chiaro, che ci siano aggressioni odiose contro i religiosi da parte di estremisti ebrei è vero ma vengono repressi dalle autorità, ed usare il termine «perseguitati» è un modo per fomentare l’odio. I cristiani in Israele sono in aumento, al contrario di quanto avviene nel mondo arabo e nei Territori palestinesi da dove molti scappano perché ai problemi creati dalla presenza dei militari israeliani si sommano le discriminazioni da parte degli integralisti islamici, che considerano i cristiani un corpo estraneo, come degli stranieri, una minoranza nella minoranza. Di questo in Occidente non si parla”.

Perché?

“In Occidente ci sono tante persone che vedono nel Medio Oriente la proiezione dei loro sogni, gente che non è mai stata in questa regione e che fa propria la propaganda dei gruppi fondamentalisti, senza cercare di ascoltare o capire cosa succede. Le aggressioni che ho subito sono, purtroppo, il frutto di questa cultura che non è più interessata al dialogo”.

L'Eco di Bergamo. 3 settembre 2026

Tg1 Libri:Il Nuovo Medio Oriente.Il Declino della Mezzaluna Sciita

2026, Tg1 Libri a cura di Angelo Polimeno Bottai

2025, Il Secolo XIX, 5 novembre, Marco Menduni

Genova, presentazione di "Il Nuovo Medio Oriente. Il Declino della Mezzaluna Sciita"

2025, Il Riformista, 11 Novembre, Aldo Torchiaro

Senato. Presentazione di "Il Nuovo Medio Oriente. Il Declino della Mezzaluna Sciita"

2025, Corriere della Sera, 22 Novembre, Goffredo Buccini

Corriere della Sera: recensione di "Il Nuovo Medio Oriente. Il Declino della Mezzaluna Sciita"

2025

Due anni dopo l’orrendo massacro del 7 ottobre, la furiosarisposta del governo Netanyahu e l’inizio della guerra a Gaza,l’uccisione di migliaia di civili palestinesi e lo scoppio diuna drammatica crisi umanitaria, il Medioriente è ancora nelcaos anche se comincia a vedersi una luce in fondo al tunnel.L’annuncio di Hamas di liberare gli ostaggi israeliani ridàslancio ai colloqui sulla tregua e sul futuro assetto di Gaza”.Ne parla nel suo libro Giovan Battista Brunori, archivista,giornalista, attualmente corrispondente responsabiledell’ufficio Rai per il Medioriente.Dopo 730 giorni di guerra, si delinea il declino della”Mezzaluna sciita” iraniana e il sorgere di nuovi equilibri trale potenze. Hamas non ha vinto Israele sul piano militare mal’ha battuto però su quello della propaganda e sull’aver messoal centro dell’attenzione mondiale il tema della Palestina.

Oramai però molti paesi arabi e musulmani vedono Hamas come unaparte del problema e non della soluzione, e comincianoapertamente a “scaricare” il gruppo che ha governato Gaza con ilterrore per 18 anni e torturato i suoi abitanti. D’altra parte,la comunità internazionale accusa Israele di uso sproporzionatodella forza, di aver voluto colpire i terroristi punendo unintero popolo, racconta Brunori.Due anni dopo il sette ottobre Israele ha ripristinato ladeterrenza spezzando gli anelli della “catena della morte”preparata dall’Iran. L’Idf è riuscito a schiacciare nemiciesterni ed interni ma non riesce però a debellare il terrorismopalestinese che continua ad insanguinare le città israeliane.La strategia di guerra permanente ha neutralizzatoprovvisoriamente le minacce manifestatesi il 7 ottobre ma non ègaranzia di stabilità a lunga scadenza e non offre soluzioni peruna vera pace. I fronti aperti sono troppi anche per la temibilemacchina bellica israeliana.Sarà invece ancora molto lunga e dolorosa la strada deipalestinesi verso uno Stato, nonostante i riconoscimenti dimolti paesi. In attesa di capire cosa accadrà del piano di pacedi Trump per la stabilizzazione dell’area e la ricostruzione diGaza, la scelta di Hamas di violentare la popolazione israelianail 7 ottobre con l’obiettivo di creare una Palestina “dal fiumeal mare” gettando a mare i suoi abitanti ha indebolito la causadei due Stati, ha rafforzato le ali estreme allontanando dalpercorso di pace anche le donne e gli uomini che in Israelehanno sempre lavorato e creduto nella coesistenza.Sono sempre più drammatiche le condizioni dei palestinesi diGaza vittime dei raid israeliani, ma ancor prima di leaderviolenti e senza scrupoli che hanno promesso loro un futuroglorioso e li hanno invece portati alla rovina. (ANSA).2025-10-06 17:54RLOG

2025

LaPresse 05-10-2025 12:22 [Arte] Libri

Esce ‘il Nuovo Medio Oriente’ di Giovan Battista Brunori Roma, 5 ott. (LaPresse) – Esce per il secondo anniversario della strage del 7 ottobre il libro “Il Nuovo Medioriente. Il declino della Mezzaluna sciita” di Giovan Battista Brunori. Il libro è il racconto di due anni di guerra da parte del corrispondente responsabile dell’Ufficio Rai per il Medioriente. Il volume cerca di mettere in ordine uno dopo l’altro i tasselli di un mosaico che merita di essere ricomposto in modo completo, senza censure, proponendo al lettore chiavi di lettura e immagini dei servizi televisivi delle reti Rai, visibili scansionando con uno smartphone i codici QR. Arricchiscono la pubblicazione interviste ad osservatori d’eccezione come Federico Rampini, Maurizio Molinari, Piero Fassino e Claudio Pagliara. Giovan Battista Brunori, archivista, giornalista, è attualmente corrispondente responsabile dell’Ufficio Rai per il Medioriente. Al Tg2 RAI si è occupato per oltre vent’anni di Esteri

2025

 

Migliaia di servizi, collegamenti, interviste. Giovan Battista Brunori, corrispondente responsabile della sede Rai da Gerusalemme, è uno dei giornalisti che raccontano il Medioriente sul campo e la profonda trasformazione in corso dopo i massacri del 7 ottobre, l’inizio del conflitto su più fronti combattuto da Israele contro il terrorismo e ora l’entrata in vigore della tregua a Gaza con il coinvolgimento di vari paesi arabi e islamici.
Il nuovo Medioriente. Il declino della Mezzaluna sciita, il nuovo libro di Brunori, pubblicato con l’editore Salomone Belforte, fotografa la mutazione in corso attraverso l’esperienza concreta di cronista impegnato a consumare le famose suole delle scarpe sul terreno. Prendendosi anche rischi molto grandi, come quando l’8 ottobre di due anni fa, 24 ore dopo l’assalto alle comunità vicine a Gaza, la sua troupe si ritrovò in mezzo a uno scontro a fuoco tra i terroristi e le forze di sicurezza israeliane nel moshav Netiv HaAsara. Brunori, che è stato il primo giornalista italiano a far conoscere gli stupri compiuti da Hamas, inizia il suo racconto dalla Guerra dei Dodici giorni scatenata lo scorso giugno contro il regime fondamentalista dell’Iran per arginare la minaccia nucleare. È un momento chiave per comprendere il nuovo Medioriente che sta nascendo, un Medioriente «in cui cambia la postura di Israele verso i paesi della regione», mentre parallelamente subisce un duro colpo «l’ambizioso progetto iraniano della Mezzaluna sciita» incentrato sul progetto di cancellare lo Stato ebraico dalla mappa delle nazioni del mondo.

Con Brunori entriamo dentro un tunnel di Hezbollah, riviviamo il dramma del 7 ottobre, quello dei rapiti, le proteste di piazza, ma anche le tensioni innescate in Cisgiordania dai nuovi progetti di allargamento degli insediamenti. L’autore affronta anche il doloroso tema della “normalizzazione” dell’antisemitismo in molte società occidentali per via della tendenza crescente alla “mostrificazione” di Israele. Uno spazio importante è dedicato anche al futuro degli Accordi di Abramo. Accompagnano testi e riflessioni una carrellata di codici QR per vedere i servizi andati in onda sui canali Rai. Notizie e chiavi di lettura per aiutare il lettore a farsi un’idea più chiara di cosa è avvenuto negli ultimi due anni e della direzione «verso la quale sta andando questa tormentata area del pianeta». Per Brunori, l’unica strada possibile per una stabilizzazione del Medioriente «è quella dell’accettazione piena e leale dello Stato d’Israele, oltre alla rivendicazione del diritto ad uno Stato palestinese e all’educazione alla pace per le giovani generazioni». Tuttavia, aggiunge, gli israeliani «non accetteranno uno Stato palestinese ai suoi confini, almeno fino a che non vedranno che i bambini nelle scuole palestinesi non verranno educati alla convivenza e alla pace invece che all’odio».

Adam Smulevich

2025

Risposta a Stefano Lorenzetto, Italia Oggi. Articolo del 9 Maggio 2025

Dispiace che il bravo Stefano Lorenzetto  abbia perso un po’ di lucidità: si “stupisce” del fatto che in uno dei 4365 servizi e dirette (TV e radio) da me realizzati dal 7 ottobre 2023 ad oggi – io abbia usato il termine “tradimento” a proposito di San Pietro. Forse non sa che, senza nulla togliere al “tradimento di Giuda”, anche il “tradimento di Pietro” è un classico della letteratura omiletica, né che la processione oggetto del servizio si concludeva proprio nella chiesa di San Pietro in Gallicantu (che evoca il luogo in cui il gallo cantò).

Forse ha sbagliato il Penitenziere Maggiore della Casa Pontificia, il cardinale James Francis Stafford a non chiedere l’imprimatur al severo censore della rubrica “Sotto a chi tocca” prima di scrivere che “Il tradimento di Pietro è davvero difficile da leggere. Ancora oggi risulta incomprensibile che Pietro non solo ha rinnegato Gesù ma ha anche imprecato contro di lui.” (Sito ufficiale della Santa Sede, 21 luglio 2006).

“Scivolone” anche per il predicatore della Casa Pontifica, padre Raniero Cantalamessa, che nell’omelia “Con Pietro o con Giuda?” affermava che “Il dato che più colpisce, leggendo la passione secondo Marco è il rilievo dato al tradimento di Pietro. Esso è prima annunciato da Gesù nell’ultima cena, poi descritto in tutto il suo umiliante svolgimento.” (Cantalamessa.org).

Il biblista di fama mondiale cardinale Gianfranco Ravasi “tradiva” il pensiero teologico lorenzettiano per ben due volte in pochi giorni quando scriveva: “È lei [Maria] che consola l’apostolo Giovanni scoraggiato per il tradimento di Pietro.” (Osservatore Romano, 11 aprile 2009) e quando rifletteva sul “tema evangelico del gallo che canta al momento del tradimento di Pietro.” (Osservatore Romano, 24 aprile 2009).

Perfino i romani pontefici hanno indugiato sul “tradimento di Pietro”: “Pensiamo poi all’abbandono dei discepoli, al tradimento di Pietro” (Papa Francesco, Omelia da Santa Marta, 3 ottobre 2017, Vatican News e Avvenire); “Prima dell’esperienza del tradimento l’Apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo incondizionatamente” (Benedetto XVI, Udienza Generale su “Pietro, l’Apostolo” 24 maggio 2006). “Anche Pietro porta in sé – nel profondo dell’animo – il ricordo della delusione data al suo Maestro nella notte del tradimento” (Giovanni Paolo II, 12 novembre 1990).

Scrivono di “tradimento” Lucetta Scaraffia (Osservatore Romano, 9 aprile 2017) e tanti altri come Richard Holloway: “Il tradimento di Pietro è una storia molto nota ma vale la pena soffermarvisi ancora”. (Avvenire, 21 maggio 2019). Proprio vero. Nella rubrica “Sotto a chi tocca” oggi tocca proprio a Stefano Lorenzetto. Anche la rubrica in fondo ha “tradito” il suo inventore.

Giovan Battista Brunori

2024

Libero. Tele… raccomando.
Di Klaus Davi

2024

Citazione in “Viaggi a Gerusalemme”. Di Adam Amulevich; Storie, 2024

2023

Informazione Corretta. Recensione di Tg2 Dossier
“I mille volti della Shoah”

2022

RITRATTO DI JOSEPH RATZINGER, IL PRIMO PAPA A DIMETTERSI IN SEI SECOLI. (EUROPE 1)

2022

LA MORTE DI JOSEPH RATZINGER; AGENZIA FRANCE PRESS 31 12 2022

AFP 31-12-2022 11:40 Benoît XVI, le premier pape à démissionner en six siècles Cité du Vatican, 31 déc 2022 (AFP) – Benoît XVI, théologien conservateur allemand décédé samedi à 95 ans, restera dans l’Histoire comme le premier pape ayant démissionné depuis le Moyen-Âge, à l’issue de huit ans d’un pontificat miné par une crise profonde.Le 28 février 2013, à l’approche de ses 86 ans, Joseph Ratzinger cède sa place après avoir annoncé sa renonciation en latin au détour d’un discours en invoquant l’affaiblissement de ses forces, surprenant le monde entier.Depuis, ce brillant professeur de théologie bavarois vivait discrètement, retiré dans un monastère au Vatican. En chaise roulante, s’exprimant difficilement mais toujours lucide selon son entourage, le pape émérite continuait de recevoir des visites, alimentant malgré lui la saga des “deux papes”.Elu le 19 avril 2005, ce proche collaborateur de Jean Paul II est vite confronté à la plus grave crise de l’Eglise contemporaine: les révélations en cascade d’agressions sexuelles commises sur des enfants par des membres du clergé, aggravées par l’”omerta” de la hiérarchie catholique.Ce scandale le rattrape dans sa retraite lorsque, début 2022, un rapport allemand le met en cause pour son inaction à l’époque où il était archevêque de Munich. Défendu par le Vatican, Benoit XVI sort alors de son silence pour demander “pardon”, tout en assurant ne jamais avoir couvert de pédocriminel.Mais le geste fort de son pontificat restera sa renonciation, la première d’un pape depuis 1415, une décision personnelle qu’il qualifiera plus tard d’”évidence” en reconnaissant “les difficultés” qu’il avait dû affronter sur le trône de Saint-Pierre.Ce fut “un geste courageux, un geste de gouvernement”, estime le biographe italien Giovanbattista Brunori, relevant pourtant que Ratzinger “n’a jamais été un pape de gouvernement, mais un pape de pensée” et “de la doctrine”.Dans une Eglise en perte d’influence, son pontificat est émaillé de polémiques, à l’image de la levée en 2009 de l’excommunication de quatre évêques intégristes. Devant le drame de la pédocriminalité, il prône la “tolérance zéro” et devient le premier pape à présenter ses excuses, exprime ses “profonds remords” et rencontre des victimes.”Sur la question des agressions sexuelles, il n’a pas résolu les problèmes mais a indiqué des voies correctes pour les affronter”, assure le père Federico Lombardi, ancien porte-parle du Saint-Siège et président de la Fondation Joseph Ratzinger-Benoît XVI gérant son oeuvre.En 2012, le pontife allemand se retrouve plongé dans “Vatileaks”, un scandale de fuites de documents confidentiels auquel est mêlé son majordome, mettant au jour la gabegie financière au Vatican. Une affaire qui l’affecte profondément.Avant son élection, le cardinal Ratzinger avait pendant 24 ans lutté contre toute dérive au dogme de l’Eglise, ce qui lui avait valu le surnom de “Panzerkardinal”.”Un stéréotype!”, estime le cardinal français Paul Poupard, qui retient “la profondeur et la beauté de son oeuvre de théologien” en louant son “humanité la plus délicate”.Benoit XVI ne lâche rien sur le célibat des prêtres ou l’ordination des femmes, et défend une ligne conservatrice face aux évolutions sociétales, comme sur l’avortement ou l’euthanasie. Il tente aussi d’éliminer les frasques dans une Eglise qu’il souhaite moins “mondaine”, un objectif repris par son successeur François.Fustigeant les dérives du capitalisme, dans la lignée de la crise financière de 2008, il se dresse contre la sécularisation croissante de l’Occident et s’investit dans le dialogue oecuménique et interreligieux, au fil de ses 25 voyages à l’étranger.Mais ce mélomane timide, loué pour sa gentillesse en petit comité, ne s’impose pas en public comme son charismatique prédécesseur Jean Paul II. Manquant de poigne, trop confiant dans son entourage, il ne parvient pas à réformer la Curie, enlisée dans la paralysie.Desservies par une communication maladroite, ses déclarations peuvent même créer l’incompréhension, comme lorsqu’il suggère en 2006 que l’islam est intrinsèquement lié à la violence, provoquant une vague d’indignation dans le monde musulman.En 2009, avant son premier voyage en Afrique, il crée la polémique en déclarant que la distribution de préservatifs aggrave le problème du sida, mais admettra en 2010 l’usage du préservatif “dans certains cas” pour éviter la contamination.Nouvelles critiques après son feu vert en 2009 à la cause de béatification de Pie XII, contesté pour sa passivité pendant la Seconde Guerre mondiale.Né le 16 avril 1927 en Bavière dans une famille catholique anti-nazie, ce fils de gendarme entre au petit séminaire dès l’âge de 12 ans. Il est inscrit aux Jeunesses Hitlériennes, enrôlement alors obligatoire. Devenu pape, il dénoncera “l’inhumanité” du régime nazi.Ordonné prêtre en 1951, Joseph Ratzinger enseigne la théologie durant 25 ans dans des universités allemandes. Lors du concile réformateur Vatican II, il fait partie des théologiens partisans de l’ouverture mais, face au choc libertaire de 1968, prend un tournant conservateur.Il est ordonné archevêque de Munich en 1977 et créé cardinal par le pape Paul VI la même année. En 1981, Jean Paul II le nomme à la Congrégation pour la doctrine de la foi, l’ancien Saint-Office héritier de l’Inquisition.En 1997, il doit se faire poser un pacemaker tandis qu’une hémorragie cérébrale en 1991 l’avait laissé aveugle de l’oeil gauche.L’intellectuel auteur d’une centaine de livres, qui rêvait de prendre sa retraite dans sa Bavière natale, a toujours considéré son élection comme “un fardeau”, même s’il passa les quatre dernières décennies de sa vie au Vatican.Ratzinger était “une personne terre à terre… que l’on retrouve dans les plus hauts cercles tout en restant une personne très humble et chaleureuse”, avait déclaré à l’AFP en 2020 Peter Seewald, son biographe allemand.cmk-cm-ide/gab/lch

2022

Tg2 Dossier Babyn Yar. Agenzie di stampa

2022

Tg2 Dossier: L’abisso del male. Babyn Yar. 12 2 2022. Shalom.it Periodico Comunità Ebraica di Roma

2022

Tg2 Dossier Babyn Yar. Moked il portale dell’Ebraismo italiano

2021

Agenzie su Tg2 Dossier “La pace sospesa” (9/10/2021)

2021

“Informazione Corretta” su Tg2 Dossier “La pace sospesa” andato in onda 9/10/2021

2019

Tg2 Dossier: La nuova vita del papa teologo. Il Giornale 15 04 2019 prima pagina

2017

Benedetto XVI. Recensione della rivista Diocesi Napoli. aprile 2017

2017 - 2005

2005

La Croce e la Sinagoga. Recensione de Il Giornale (Andrea Tornielli) Chiesa e Shoah, La “lista” del Vaticano. Gli ebrei salvati in biblioteca. 15 giugno 2005

2005 - 2001

2025

Due anni dopo l’orrendo massacro del 7 ottobre, la furiosarisposta del governo Netanyahu e l’inizio della guerra a Gaza,l’uccisione di migliaia di civili palestinesi e lo scoppio diuna drammatica crisi umanitaria, il Medioriente è ancora nelcaos anche se comincia a vedersi una luce in fondo al tunnel.L’annuncio di Hamas di liberare gli ostaggi israeliani ridàslancio ai colloqui sulla tregua e sul futuro assetto di Gaza”.Ne parla nel suo libro Giovan Battista Brunori, archivista,giornalista, attualmente corrispondente responsabiledell’ufficio Rai per il Medioriente.Dopo 730 giorni di guerra, si delinea il declino della”Mezzaluna sciita” iraniana e il sorgere di nuovi equilibri trale potenze. Hamas non ha vinto Israele sul piano militare mal’ha battuto però su quello della propaganda e sull’aver messoal centro dell’attenzione mondiale il tema della Palestina.

Oramai però molti paesi arabi e musulmani vedono Hamas come unaparte del problema e non della soluzione, e comincianoapertamente a “scaricare” il gruppo che ha governato Gaza con ilterrore per 18 anni e torturato i suoi abitanti. D’altra parte,la comunità internazionale accusa Israele di uso sproporzionatodella forza, di aver voluto colpire i terroristi punendo unintero popolo, racconta Brunori.Due anni dopo il sette ottobre Israele ha ripristinato ladeterrenza spezzando gli anelli della “catena della morte”preparata dall’Iran. L’Idf è riuscito a schiacciare nemiciesterni ed interni ma non riesce però a debellare il terrorismopalestinese che continua ad insanguinare le città israeliane.La strategia di guerra permanente ha neutralizzatoprovvisoriamente le minacce manifestatesi il 7 ottobre ma non ègaranzia di stabilità a lunga scadenza e non offre soluzioni peruna vera pace. I fronti aperti sono troppi anche per la temibilemacchina bellica israeliana.Sarà invece ancora molto lunga e dolorosa la strada deipalestinesi verso uno Stato, nonostante i riconoscimenti dimolti paesi. In attesa di capire cosa accadrà del piano di pacedi Trump per la stabilizzazione dell’area e la ricostruzione diGaza, la scelta di Hamas di violentare la popolazione israelianail 7 ottobre con l’obiettivo di creare una Palestina “dal fiumeal mare” gettando a mare i suoi abitanti ha indebolito la causadei due Stati, ha rafforzato le ali estreme allontanando dalpercorso di pace anche le donne e gli uomini che in Israelehanno sempre lavorato e creduto nella coesistenza.Sono sempre più drammatiche le condizioni dei palestinesi diGaza vittime dei raid israeliani, ma ancor prima di leaderviolenti e senza scrupoli che hanno promesso loro un futuroglorioso e li hanno invece portati alla rovina. (ANSA).2025-10-06 17:54RLOG

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