Ella Waweya, prima portavoce araba musulmana dell’Idf

Il Tempo, 5 febbraio 2026. Di Giovan Battista Brunori

“Mi chiamo Ella. Sono una donna, un’araba, una musulmana. Sono israeliana al 100% e fiera di esserlo” afferma Ella Waweya, 36 anni, la prima donna araba musulmana a diventare portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano. “Capitano Ella” come viene chiamata, è uno dei musulmani arabi che ogni anno si arruolano nelle forze armate.

Non c’è male per un paese dove – secondo alcuni – vigerebbe l’apartheid. Ma tant’è: il volto dell’Idf in lingua araba assume ora i contorni di questa ragazza sorridente, alta un metro e 80, capelli neri, fronte alta, sicura di sé, spigliata, a suo agio tra carri armati, fucili d’assalto, giubbotti antiproiettile e videomessaggi sulle piattaforme social.

Israele, che ha vinto la guerra sul piano militare ma l’ha clamorosamente persa su quello della comunicazione, si affida ora al volto di “Capitano Ella” per dialogare con amici e nemici arabi a cominciare dai suoi 500 mila follower su Tik Tok e 170 mila su X.  Oggetto quasi di “venerazione” da parte di alcuni israeliani che le chiedono l’autografo quando cammina per Gerusalemme est ed allo stesso tempo bersaglio di attacchi feroci da parte di chi la considera una “traditrice” delle sue radici arabe e della causa palestinese, Ella Waweya ignora il veleno che sgorga dai social. Entrava nell’Idf – all’insaputa dai genitori – nel 2013 all’età di 24 anni, una scelta che dilaniava il suo ambiente familiare, nella cittadina araba israeliana di Qalansawe.  Scelta sofferta, poi accettata da sua madre.

Se per Carl von Clausewitz “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”  per Capitano Ella i social sono “un’estensione tattica del conflitto”, un vero e proprio “campo di battaglia”, convinta che la guerra oggi si giochi anche sul terreno della percezione e sulla “verità”.

Lo aveva capito molto bene l’ex portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, Abu Obaida (eliminato l’estate scorsa da un raid israeliano) che ha messo in ginocchio mediaticamente Israele allestendo una struttura di addetti alla propaganda e alla guerra psicologica fatta di 1500 tra giornalisti, cameramen, tecnici: quasi il triplo di quella dell’Idf. I risultati purtroppo si sono visti.

Se i terroristi di Hamas il 7 ottobre 2023 facevano strage mandando in rete le immagini di quegli orrori tramite innumerevoli bodycam – suscitando una nuova fiammata di odio antiebraico – la nuova portavoce Idf è convinta che la vera arma in questa guerra sia la “velocità”: chi pubblica per primo una notizia spesso vince la “battaglia della verità”, anche se quella notizia è falsa. Nell’era dei social non basta vincere militarmente, ma occorre determinare chi viene visto come aggressore e chi come vittima.

Una  “guerra nella guerra” che vinceva Hamas quando ad esempio, il 17 ottobre 2023, pochi istanti dopo una tremenda esplosione all’ospedale Al-Ahli Arabi di Gaza– con la rapidità di un fulmine – diffondeva un comunicato in cui sosteneva che “il raid israeliano” aveva provocato oltre 500 morti, precisando il numero di anziani, donne e bambini colpiti. Versione ampiamente rimbalzata sui media internazionali, salvo poi accorgersi che il disastro era stato provocato da un razzo difettoso sparato dalla Jihad islamica…

Il compito della nuova portavoce in lingua araba è dunque quello di “smascherare le bugie”, portando prove come video e foto, “mettere il mondo arabo davanti ad uno specchio”, insinuare il dubbio riguardo l‘operato dei terroristi. Quasi una “Mission impossible” quella di voler influenzare l’opinione pubblica nel mondo arabo e contrastare la narrazione di Hamas, mentre i media sempre di più assumono il profilo di una “quarta dimensione” della guerra, un fronte capace di determinare l’esito politico e sociale di un conflitto armato. La scelta della nuova portavoce dunque rivela – dopo due anni di fallimenti – la necessità per Israele di cambiare rotta, almeno dal punto di vista mediatico.

Immagine di Giovan Battista Brunori

Giovan Battista Brunori