
DI Laura Pace.
IL CASO
«Ti aspettiamo in Italia per spararti in fronte». E ancora: «Brucerai all’inferno», oppure «Arriviamo a casa tua per fare l’escursione». È questo il tenore delle minacce che dal 24 luglio raggiungono Giovan Battista Brunori, giornalista Rai e corrispondente da Gerusalemme, dopo un servizio fatto dalla Cisgiordania e andato in onda sul Tg1 e Tg2. «È stato un crescendo di messaggi minatori: prima sui social, poi sulla posta dell’azienda e infine sulla mia privata. Ora ho paura di tornare in Italia e per questo ho denunciato». Ieri Brunori si è presentato al Consolato italiano a Gerusalemme, formalizzando una denuncia indirizzata alla Procura di Roma, alla Digos e alla Polizia Postale. «Ho ricevuto anche una telefonata del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che mi ha espresso solidarietà e vicinanza. Così come hanno fatto la Rai e l’ad Giampaolo Rossi». Ma la preoccupazione più grande è un’altra: «Ho paura non tanto per me, ma per la mia famiglia. Un conto è prendersela con me, un altro con i miei figli». Al momento Brunori non ha chiesto la scorta: «È prematuro, vedremo cosa emergerà dagli accertamenti. Ho chiesto alle autorità di valutare se esista un rischio concreto». Intanto, spiega, un primo screening ha individuato circa 300 profili di “haters”: «Sono già partite le lettere dei miei avvocati per il risarcimento dei danni».
L’EPISODIO
A innescare tutto è stata soprattutto una parola pronunciata nei primi secondi del servizio da Nablus: “escursionisti”. Brunori raccontava quanto accaduto vicino alla colonia di Havat Gilad, distinguendo quell’episodio dalle incursioni compiute nelle stesse ore da coloni violenti contro i villaggi palestinesi. «Io non ho mai detto che tutti i coloni sono escursionisti. Ho descritto quel gruppo preciso, famiglie con bambini che quella mattina si trovavano lì. Possono essere considerati provocatori, ma non erano gli stessi gruppi di coloni violenti di cui nei miei servizi ho raccontato aggressioni e devastazioni». La polemica si concentra però sui primi dieci secondi del reportage, rilanciati sui social da influencer, attivisti ed esponenti politici. Alcuni di loro, racconta, «hanno invitato pubblicamente a scrivermi, diffondendo i miei contatti email». Da lì, sostiene nella denuncia, «si è creata una campagna di odio e una situazione di oggettivo pericolo». Una contestazione che è uscita anche dai social: «A fine luglio, nella sede Rai di Radio1 a Roma, è stato affisso un manifesto antisemita contro di me». E mentre iniziano le verifiche sui messaggi antisemiti ricevuti, Brunori continua a lavorare da Gerusalemme. «Credo profondamente nel servizio pubblico. Il nostro compito è raccontare quello che accade, anche quando la realtà è scomoda e complessa, dando al telespettatore gli strumenti per formarsi una propria idea. È questa la mia missione e continuerò a farla».





