Lo Stato laico e il corretto equilibrio tra la libertà di espressione e la tutela del sentimento religioso.

Intervento di Giovan Battista Brunori* per gli Atti del Webinar interreligioso su “Libertà di espressione, diritto di satira, tutela del sentimento religioso” organizzato dal Comitato Giornalismo e Tradizioni Religiose e da Iscom, Pontificia Università della Santa Croce. 26 febbraio 2021.

La libertà di espressione è un bene prezioso, è il fondamento di una società laica, democratica e pluralista ed è ciò che caratterizza l’identità dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e degli altri paesi democratici. Tuttavia la libertà di espressione – che è vietata o limitata in diversi paesi del mondo – diventa sempre più fragile.

L’Unione Europea, patria dei diritti fondamentali, e’ messa sotto pressione da forze che tendono ad indebolirla, da regimi autoritari o pseudo-democrazie che – senza garantire pur minimi livelli di libertà individuali e diritti del cittadino nei loro confini – cercano di conquistare la leadership globale mirando a destrutturare la complessa architettura che tiene insieme 27 paesi, fattore di pace, stabilità e prosperità nel continente che è stato teatro della guerra più sanguinosa della storia. Un’Unione che negli ultimi anni – pur tra mille difficoltà – ha mostrato la volontà di intervenire a protezione dei cittadini, dando un impulso allo sviluppo di un’economia ecosostenibile, mettendo in bilancio un piano senza precedenti di investimenti volti a rafforzare la lotta ai cambiamenti climatici assieme allo sviluppo di un’economia green. Pur tra mille difficoltà ed anche errori, la stessa gestione europea dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia – nei limiti delle sue competenze in materia – costituisce una certezza per gli Stati membri, sia nell’ambito strettamente sanitario che per lo sforzo straordinario degli interventi a sostegno delle economie in difficoltà.

Il protagonismo dell’Unione Europea – una comunità di quasi 500 milioni di persone che ha potenzialità straordinarie – tuttavia limita l’espansionismo di paesi che non solo tentano di battere la concorrenza a livello economico e commerciale ma cercano anche di dimostrare che i regimi autoritari, le “democrazie illiberali” sarebbero in definitiva più “efficienti” dei sistemi liberaldemocratici costretti dalla loro stessa natura pluralista a prendere decisioni dopo lunghe ed estenuanti trattative tra leader politici, partiti, parti sociali, associazioni di categoria, decisioni frutto magari di compromessi al ribasso e dunque non di rado contraddittorie e deludenti. Sistemi diventati negli ultimi anni più fragili e instabili, come dimostra ad esempio il caso tedesco, prima considerato simbolo per eccellenza di stabilità politica. E’ sempre attuale la definizione di democrazia formulata da Winston Churchill – che con grande determinazione aveva guidato il Regno Unito nella guerra contro la Germania nazista anche quando molti pensavano fosse oramai inutile: la democrazia è “la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.”

La libertà di espressione è sotto attacco laddove l’equilibrio tra i poteri dello Stato – con la classica separazione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario – si sbilancia a favore del potere esecutivo a scapito di quello giudiziario: quando viene depotenziato il potere giudiziario vengono indeboliti anche i diritti del cittadino, come la libertà di espressione in tutte le sue forme a cominciare da quella di stampa. La democrazia e’ una conquista fragile, non e’ acquisita una volta per tutte, e la libertà di stampa e’ la prima ad essere colpita quando la democrazia si indebolisce e il pluralismo viene considerato un elemento di disturbo per chi detiene le leve del potere.

La libertà di espressione però non è esente da rischi neanche nei paesi che godono di una democrazia piena e di un vero pluralismo: libertà di espressione che vuol dire libertà di opinione, libertà di comunicare ma anche di ricevere informazioni e idee. La libertà di espressione e’ sottoposta ad attacchi crescenti da parte di gruppi di pressione, forze politiche, economiche, forze interne ed esterne, attacchi che avvengono in un mondo sempre più digitalizzato e dove la comunicazione tramite i social media si è ritagliata uno spazio enorme, dove diventano virali le fake news, frutto di menti instabili ma anche di attori lucidi, ben organizzati, potenti e spregiudicati che mettono in circolazione notizie false al fine di orientare a proprio vantaggio l’opinione pubblica. Persone e gruppi che portano avanti la loro battaglia ideologica, politica o economica cercando di demolire con le falsità la credibilità dell’avversario di turno, umiliandolo nella sua dignità al fine di rovinare la sua immagine, incrinarne il potere e quindi schiacciarlo. La libertà di espressione dunque è minacciata quando nella comunicazione viene instillato il veleno delle fake news, del linguaggio di odio che contamina i pozzi della libertà di espressione e diventa offesa gratuita contro persone, minoranze, gruppi sociali o religiosi, compromette il libero e aperto scambio di opinioni differenti, incrina i valori di tolleranza e pluralismo sui quali è basata la pacifica convivenza tra culture, etnie, religioni diverse. La libertà di espressione e di stampa sono minacciate anche quando i giornali, le agenzie di stampa, le radio, le tv sono costrette a chiudere perché sopraffatte dai debiti, piegate dalle denunce temerarie, quando i giornalisti e le redazioni sono minacciati dalla criminalità, quando i giornalisti sono sottopagati e senza un contratto che garantisca la loro indipendenza economica e la loro autonomia professionale.

Mentre il costume e la sensibilità si vanno rapidamente evolvendo e avanza la secolarizzazione, ciò che in passato era considerato offensivo oggi non lo è più (basti pensare al calo delle incriminazioni per blasfemia), si fa più pressante la domanda su quale sia in uno Stato laico il confine tra libertà di espressione, come la satira e il rispetto della dignità delle persone, dei gruppi o delle comunità religiose. Il tema è emerso con forza a proposito delle vignette del giornale satirico “Charlie Hebdo” che hanno suscitato un’enorme ondata di reazioni e anche gravissimi problemi di sicurezza. Le posizioni sono le più diverse: si va da chi promuove la “libertà di blasfemia” – come il presidente francese Macron – a chi sfodera l’ascia di guerra per difendere il “diritto a non sentirsi offeso” portato alle estreme conseguenze e che per questo vorrebbe comprimere il carattere universale della libera manifestazione del pensiero. Un dilemma non facile da sciogliere: da una parte una richiesta di limitazione dell’esercizio della libertà di espressione che mette in discussione tutta la libertà, dall’altra il “fondamentalismo laico” che intende schiacciare i fondamentalismi religiosi, tendenza molto presente nello stesso modello francese di laicità, approccio che crea più problemi di quanti ne vorrebbe risolvere.

Tuttavia l’esercizio della libertà di espressione comporta doveri e responsabilità: un conto sono i fatti e le opinioni anche graffianti ma che aggiungono qualcosa al dibattito pubblico, altro sono le offese fini a se stesse, l’irrisione delle maggioranze contro le minoranze, l’uso di parole che provocano rabbia, che diventano istigazione all’odio, pronunciate al solo scopo di umiliare e schiacciare l’avversario. L’uso accorto delle parole dunque diventa un obbligo etico di chi fa informazione, degli opinion leaders e di chi ha in mano la cosa pubblica: fece scalpore – in senso negativo – l’allora ministro dell’interno francese Sarkozy quando nel 2005 definì “feccia” i giovani che avevano dato vita alla rivolta delle banlieue, parole che rivelavano un approccio sbagliato nell’affrontare il disagio giovanile ma anche nella stessa gestione dell’ordine pubblico.

Il limite alla libertà di espressione sta in quella forma estrema di libertà che diventa provocazione e che si configura come motore di disordini, come incitamento all’odio razziale o religioso, che compromette la pari dignità sociale di tutti i cittadini: in definitiva – come sancisce lo stesso articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo – il limite sta nel rispetto della “protezione della reputazione o dei diritti altrui”.

In una società veramente pluralista ciascun individuo o comunità penso debbano accettare – entro limiti ragionevoli – una certa dose di critica, di satira, consapevoli che la libertà di espressione è una ricchezza faticosamente e sanguinosamente raggiunta nel corso dei secoli, un patrimonio fragile da non disperdere e che anzi va irrobustito per rinsaldare il legame tra i cittadini e le istituzioni. Tuttavia, in questo tempo di globalizzazione che favorisce l’incontro/scontro tra culture, etnie e religioni diverse, uno Stato democratico per garantire la pacifica convivenza ed evitare l’implosione del sistema liberale deve promuovere un corretto bilanciamento tra la libertà di espressione e il rispetto del diritto del cittadino a non essere colpito nella sua dignità personale, a non essere molestato nelle sue idee, a non essere dipinto come socialmente inferiore, al rispetto della sua comunità di appartenenza, garantendo la piena tutela della libertà di religione.

Il conflitto non è eliminabile perché fa parte della vita: non bisogna temere il conflitto – affermava il Mahatma Gandhi – ma non bisogna temere neanche il dialogo. Il conflitto, se gestito bene, può diventare un’opportunità di crescita perché mantiene una relazione con chi è diverso da noi e dunque ci arricchisce, purché sia affrontato con un linguaggio appropriato e un atteggiamento nonviolento.

Uno Stato laico e democratico dunque favorisce la libera circolazione delle idee in tutte le sue espressioni come la libertà di stampa, l’arte, la satira, promuove un clima di apertura alla tolleranza e al dialogo, valori da promuovere soprattutto nell’era dei social media che – assieme allo sviluppo di un positivo senso di comunità globale e del citizen journalism – veicolano ed amplificano fake news. E’ necessario dunque rafforzare il contrasto ai discorsi d’odio e alle notizie false, disinnescare le fake news con la forza e l’efficacia della deontologia professionale, anche con pratiche virtuose come il debunking perché senza verità/veridicità delle notizie non c’è vera libertà.

Una buona informazione, per tutti i giornalisti, in particolare per chi come noi lavora nel Servizio Pubblico, e’ un servizio al lettore, al telespettatore, al cittadino, che deve dare voce a chi non ha voce, non si fa strumento del forte contro il debole ma è rispettosa della dignità di ogni essere umano. Una informazione completa che abbia nell’indipendenza del giornalista il suo punto di forza, una informazione anche scomoda, “cane da guardia” contro l’illegalità, a difesa della democrazia e del pluralismo.

* Giovan Battista Brunori, giornalista Caporedattore Tg2, segue Esteri e Vaticano. Premio «Ilaria Alpi» 1998, Premio Personalità Europea 2005, ha pubblicato “Benedetto XVI. Fede e profezia del primo papa emerito della storia” (in varie lingue), “La croce e la sinagoga”. In Rai è stato conduttore di tg, gr e rubriche, inviato in paesi come Russia, Iraq, Israele, Turchia, Corea del sud, Kenya, Darfur.

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Giovan Battista Brunori