ISRAELE AL VOTO

elezioni in israele

 

IL SERVIZIO DI TG2 POST DEL 19 FEBBRAIO 2020 al minuto 2’30”
Con le operazioni di voto degli israeliani residenti all’estero, che hanno già cominciato a votare nelle sedi diplomatiche nel mondo, è partito il conto alla rovescia per le elezioni per il rinnovo del parlamento, la Knesset. Il due marzo andranno alle urne oltre sei milioni di elettori, dei quali cinque milioni di ebrei e un milione di arabi.
Un elettorato politicamente spaccato, che torna al voto per la terza volta consecutiva in meno di 12 mesi, dopo i ripetuti tentativi andati a vuoto di formare un esecutivo, mentre il paese e’ alle prese con lanci di razzi da Gaza, proposte di annessione territoriale, accuse al premier Netanyahu che, dopo aver rinunciato all’immunità parlamentare, dovrà affrontare due settimane dopo il voto un processo per corruzione frode e abuso di potere.

Sono apparse in questi mesi appaiate nei sondaggi la coalizione centrista del generale Benny Gantz, ex capo di stato maggiore dell’esercito, e quella di centrodestra di Beniamin Netanyahu, il premier piu’ longevo della storia dello stato d’israele, leaders che hanno inutilmente tentato di formare una maggioranza con il partito nazionalista laico dell’ex ministro della difesa Lieberman.
Un voto preceduto di poche settimane dalla presentazione del piano di pace americano per il medioriente, alla presenza di Netanyahu,

Frutto del lavoro del genero di Trump Jared Kushner il piano del secolo  – come lo ha definito il presidente – prevede la creazione di due Stati ma anche l’annessione ad Israele degli insediamenti ebraici; prevede Gerusalemme capitale “indivisa” d’Israele, ma contestualmente anche Gerusalemme est capitale del futuro stato palestinese, contempla per la spianata delle moschee il mantenimento dello status quo (il fragilissimo equilibrio raggiunto storicamente tra comunità e religioni in perenne conflitto) e allo stesso tempo la possibilità che tutte le religioni possano pregare sulla spianata, a differenza di quanto accade oggi, visto che gli ebrei non possono pregarvi, per evitare incidenti. E ancora, annunciati investimenti nei territori palestinesi per 50 miliardi di dollari, un milione di nuovi posti di lavoro.

Il piano del presidente che ha spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme – progetto la cui realizzabilità è tutta da dimostrare – costituisce tuttavia un documento ufficiale apprezzato dalla maggioranza dell’elettorato israeliano, e dunque un assist per il premier uscente, anche se Washington si è affrettata a chiedere a Gerusalemme di non procedere ad annessioni di insediamenti ebraici in Cisgiordania prima che dalle elezioni sia uscito un chiaro vincitore.
Un piano sul quale l’Europa si divide ancora una volta, che e’ stato rigettato dai palestinesi e dalla Lega araba; non sono mancate proteste di piazza; per il presidente dell’autorità palestinese Mahmoud Abbas «Gerusalemme non è in vendita»; condanne anche da Gaza, mentre per l’Iran si tratta di «un’idea destinata al fallimento».
Eppure un ripudio compatto del piano questa volta non c’è stato: È un punto di partenza – affermano i leader di Egitto e Arabia Saudita, mentre Emirati, Oman e Bahrein hanno addirittura inviato rappresentanti alla stessa alla presentazione del piano, a Washington.

Insomma il medioriente è in movimento. E oltre il tunnel potrebbe intravedersi la luce di un patto di non aggressione tra i paesi arabi del golfo e Israele, possibile anticipo di una normalizzazione delle relazioni diplomatiche, tra paesi che hanno nell’Iran, un nemico in comune.

Immagine di Giovan Battista Brunori

Giovan Battista Brunori