
IL MATTINO DELLA DOMENICA (LUGANO) 13 SETTEMBRE 2026. DI ANDREA STERN
«Lurida merdaccia», «verme», «brucerai all’inferno», “ti aspettiamo in Italia per spararti in fronte”, sono alcuni (non i peggiori) tra le migliaia di messaggi ricevuti in questo ultimo mese e mezzo da Giovan Battista Brunori, pluripremiato giornalista e saggista italiano, che dopo essersi occupato per oltre vent’anni di esteri e informazione religiosa (tra le altre cose, è biografo di Joseph Ratzinger) ha assunto nel luglio 2023 la responsabilità dell’Ufficio Rai per il Medio Oriente, poco prima che gli attacchi di Hamas scatenassero il più sanguinoso conflitto dalla nascita di Israele. In questo periodo Brunori ha realizzato personalmente oltre 8.000 servizi e dirette per la Rai, dai kibbutz israeliani mentre i terroristi erano ancora in azione, dai tunnel e tra le macerie di Gaza, dal Libano, da Gerusalemme mentre piovevano missili iraniani. Ha mostrato ai telespettatori un ventaglio estremamente ricco degli avvenimenti in Medio Oriente. Tra cui un servizio mandato in onda lo scorso 24 luglio al TG1 e TG2 che però in questo caso l’ha fatto finire nel mirino dell’orda pro-pal. Fomentati da alcuni influencer in malafede, migliaia di utenti dei social network hanno sottoposto il corrispondente Rai e la sua famiglia a un vero e proprio linciaggio, che a un mese e mezzo di distanza non si è ancora esaurito. La sua colpa? Aver definito “escursionisti” degli israeliani che stavano effettivamente facendo un’escursione quando sono stati attaccati da un gruppo di palestinesi.
Signor Brunori, come spiega questa furia cieca contro di lei?
«È partito tutto da alcuni influencer con un grande seguito che hanno estrapolato una piccola parte del mio servizio del 24 luglio e l’hanno rilanciata sui social, fornendo ai loro follower i miei indirizzi mail e invitandoli a contestarmi. In breve tempo migliaia di persone comodamente sedute sui loro divani, che nella stragrande maggioranza non sanno nulla di ciò che succede in Medio Oriente, hanno iniziato a subissarmi di insulti, intimidazioni e messaggi minatori. Hanno preso di mira non solo me ma anche la mia famiglia. Qualcuno ha poi affisso nei corridoi della Rai un volantino antisemita rivolto alla mia persona, al quale l’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha reagito con grande fermezza, e gliene sono grato. Anche i sindacati si sono esposti in mia difesa. Ma gli attacchi sui social e via mail sono proseguiti. Mi sono arrivati messaggi di una tale violenza da costringermi a sporgere denuncia alla Procura della Repubblica, alla Digos e alla Polizia Postale. Alcune centinaia di “haters” sono già stati identificati tramite uno studio legale specializzato. Altri seguiranno. Per carità, ogni servizio giornalistico è opinabile. Ma io ho raccontato la pura verità e rivendico il diritto di continuare a farlo, anche se questo può non piacere a qualcuno”.
Perché ha usato il termine “escursionisti”?
“Io ero lì in Cisgiordania per documentare gli attacchi sanguinosi delle bande di coloni, di quei criminali che bruciano automobili, case e moschee e che in certi casi arrivano a ferire o uccidere palestinesi. Però la mattina del 24 luglio vicino a Tell non abbiamo visto in azione i soliti coloni violenti ma alcune famiglie israeliane che erano andate a fare un’escursione in quella zona. È un’area dove certo io non porterei i miei figli, possiamo pensare ad una provocazione, fatto sta che era veramente un’escursione: quegli israeliani, che pure non erano autorizzati a recarsi in quelle zone, non erano lo stesso tipo di persone che danno fuoco a case e moschee: erano famiglie con bambini. A un certo punto queste famiglie israeliane vengono attaccate da un gruppo di palestinesi. Qualcuno dà l’allarme. Poco dopo arrivano sul posto gli agenti di sicurezza di una vicina colonia e alcuni soldati. Nelle immagini che ho mostrato in televisione (ma che evidentemente in molti non hanno guardato) si vede che un palestinese strappa l’arma a un agente di sicurezza e la usa dapprima per sparare a un israeliano che era a terra disarmato, poi a un altro. Li uccide entrambi. I soldati israeliani a loro volta uccidono quattro palestinesi. Il bilancio finale è purtroppo di sei morti. Questo è come sono andate le cose e come io le ho raccontate, in un servizio in cui descrivevo anche altri incidenti avvenuti quel giorno in Cisgiordania per mano di bande di coloni. Ma le famiglie coinvolte il 24 luglio negli incidenti di Tell non erano i soliti coloni armati che purtroppo vediamo spesso in azione. Aggiungo che io non ho mai detto che “tutti” i coloni violenti sono escursionisti, come mi hanno accusato”.
Non deve essere facile raccontare il Medio Oriente.
“È una zona di guerra. Come sempre accade in guerra, la prima vittima è la verità. Naturalmente c’è una forte propaganda da entrambe le parti. Quindi bisogna avere la schiena dritta e raccontare ciò che si vede, con indipendenza e autonomia di giudizio. L’obiettivo deve essere sempre quello di dare ai cittadini gli elementi necessari per farsi una propria idea. Sono convinto di averlo fatto anche in quel servizio, che buona parte dei miei odiatori non avrà nemmeno visto per intero. Si sono fidati dell’imbonitore di turno che ha tagliato uno spezzone di 15 secondi e l’ha ritrasmesso invitando i suoi follower al linciaggio. e questo può essere pericoloso”.
Si sente rimesso in questione?
“Per nulla. Alla sede di Gerusalemme siamo due giornalisti e dal 7 ottobre 2023 abbiamo fatto circa 13.000 tra servizi e dirette, a ogni ora del giorno e della notte, per tutti i canali della Rai. È stata una grande sfida professionale. A partire dall’amministratore delegato Giampaolo Rossi in giù tanti colleghi mi hanno espresso apprezzamento e sostegno. Ho ricevuto una telefonata dal vicepremier Antonio Tajani, solidarietà da vari partiti, da moltissimi giornalisti e da esponenti della società civile. Dal punto di vista professionale è una vicenda che aiuta a crescere. È dal punto di vista umano che è tutto più pesante. Per me e per la mia famiglia. Per la prima volta ho dovuto pensare di vivere sotto scorta. Ma prima di arrendermi a questa eventualità vorrei aspettare indicazioni dalle autorità per capire da dove sono partiti questi attacchi nei miei confronti ”.
È inquietante che per un termine controverso si possa essere sottoposti a una tale gogna.
“Purtroppo questa gente sa poco o nulla di ciò che succede in Medio Oriente. Gli attacchi così violenti sono un frutto avvelenato della cultura woke, che riduce la complessità del mondo a uno scontro tra buoni e cattivi, in cui loro si arrogano il diritto di decidere chi sta da una parte e chi sta dall’altra. Loro non sono interessati al dialogo, non cercano di capire e compiono errori grossolani. Sono convinti di essere dalla parte del giusto e quindi si sentono in diritto di mettere il bavaglio a chiunque la pensi in modo diverso. Vogliono impedire la libertà di espressione, con le buone o con le cattive. Io l’ho appena vissuto sulla mia pelle”.
È comunque vero che certi coloni sono dei criminali.
“Certo, nei miei servizi negli ultimi tre anni non ho mai nascosto le loro efferatezze, che erano descritte anche in quel reportage del 24 luglio, nella parte che verosimilmente in pochi hanno guardato. Le bande di coloni violenti sono un serio problema, però nella definizione di coloni rientrano oltre 600.000 persone. I criminali sono una minoranza, alcune migliaia”.
Il governo d’Israele si rende conto del danno d’immagine causato da quei, seppur pochi, coloni criminali?
“Il governo di Netanyahu è complice di questa tragedia perché non fa nulla per fermare i crimini dei coloni. I banditi restano impuniti, non vengono quasi mai arrestati, anche perché all’interno dello stesso governo ci sono esponenti che ne sono l’espressione politica”.
È un danno d’immagine.
“Loro si rifugiano nell’idea che tanto Israele ha sempre avuto un trattamento diverso dagli altri paesi, il che è anche vero. Tuttavia, è innegabile che nell’attuale governo di Netanyahu su questo tema c’è poca lucidità. Non si considera l’effetto che le orribili dichiarazioni di ministri come Ben Gvir o Smotrich provocano nella comunità internazionale, mettendo in difficoltà gli israeliani ma anche gli ebrei che pur non avendo legami con Israele ne vengono considerati ambasciatori. Purtroppo questo è un governo che non considera prioritaria la collocazione internazionale di Israele. Non capisce che le dichiarazioni di singoli ministri, che pure rappresentano correnti minoritarie, possono essere percepite all’estero come la voce di Israele, soprattutto se i media non le contestualizzano”.
È colpa dei media?
“Non sto dicendo questo. Però in ogni Paese democratico ci sono politici estremisti che coltivano il proprio elettorato esprimendo frasi shock. Certamente nel caso di Ben Gvir e Smotrich la situazione è un po’ diversa perché stanno al governo. È dovere del giornalista dare una prospettiva, una valutazione sull’importanza delle dichiarazioni. Io ho letto sui giornali italiani dei titoli secondo cui Israele vorrebbe rioccupare Gaza, ciò che non è affatto vero. Ci sono alcuni estremisti, pochi, che vorrebbero reimpiantare le colonie. Ma la stragrande maggioranza della popolazione è contraria e lo stesso Netanyahu l’ha escluso categoricamente”.
Israele non ci guadagnerebbe tanto.
«Le colonie a Gaza sono state smantellate nel 2005 da Ariel Sharon. È stato un ritiro unilaterale, che poteva gettare le basi per la creazione di uno Stato palestinese. Il risultato è stato che Israele ha lasciato infrastrutture e coltivazioni ben curate, ma quelli che sono arrivati dopo hanno distrutto tutto e investito le risorse nella costruzione di 700 km di tunnel militari, nell’acquisto di missili e nella creazione di una struttura militare con decine di migliaia di terroristi armati fino ai denti. In vent’anni nella Striscia di Gaza sono arrivati 40 miliardi di dollari dalla comunità internazionale. Se Hamas avesse voluto il bene della popolazione, con tutti questi soldi avrebbe potuto costruirle case d’oro. Invece ha scelto di lasciare la gente nella miseria, nella fame e nella disperazione e intanto di costruire bunker sotto terra per i terroristi, di modo che quando arrivano gli attacchi israeliani loro possano mettersi al sicuro mentre la popolazione civile resta esposta alle bombe. I due leader di Hamas nel frattempo uccisi da Israele, Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh, dicevano chiaramente che la lotta per il popolo palestinese ha bisogno del sangue dei civili. È una tecnica che purtroppo in Occidente in pochi hanno capito».
Però in Occidente abbiamo visto tante immagini di morte e distruzione.
«Si può criticare l’intervento israeliano a Gaza, si possono condannare le stragi di civili, si può discutere della proporzione della risposta agli attacchi del 7 ottobre. Però è giusto discutere sulla base di fatti concreti e non della propaganda di Hamas. A me sembra che i media, a parte qualche eccezione, abbiano sposato in maniera più o meno consapevole la narrazione di Hamas, cioè la narrazione di un gruppo che sostiene di fare gli interessi del popolo palestinese. Ma non è così. Hamas non ha mai cercato di fare il bene della popolazione. Hamas ha voluto costruire uno Stato terrorista che terrorizza in primo luogo i propri cittadini. Io ho trasmesso nei miei servizi le immagini ciò che avveniva nelle stanze delle torture di Hamas, dove la gente veniva appesa a testa in giù, torturata e uccisa: sospetti collaborazionisti, avversari di Hamas, oppure omosessuali. Hamas è una banda di fanatici, criminali e terroristi, che il 7 ottobre 2023 ha provocato la più grave strage di civili israeliani mai avvenuta in questa terra, con bambini e anziani uccisi, ragazze stuprate e fatte a pezzi, 251 civili rapiti e portati a Gaza di cui solo una parte è tornata indietro».
Perché hanno compiuto questo attacco?
«Il 7 ottobre è successo perché i terroristi volevano far saltare gli accordi Abramo, quelli con cui una parte del mondo arabo, come gli Emirati, il Bahrein e il Marocco, hanno scelto di allacciare rapporti normali con Israele, ciò che per inciso conviene a tutti dal punto di vista della sicurezza, dell’economia, della cultura, della tecnologia, dello scambio di informazioni. Ora ricordo che poche settimane prima del 7 ottobre era pronto al 90% un accordo sulla sicurezza tra Israele, Stati Uniti e Arabia Saudita che avrebbe stabilizzato l’area e forse posto anche le basi per un futuro Stato palestinese. Bisogna considerare che tutto parte dal regime di Teheran, che dalla rivoluzione del 1979 ha finanziato gruppi come Hamas, Hezbollah e gli Houthi con l’obiettivo di strangolare, distruggere e cancellare dalla carta geografica lo Stato di Israele. Le autorità iraniane non nascondono la loro intenzione, l’hanno affermato pubblicamente. L’Iran non poteva accettare quell’accordo, a maggior ragione perché avrebbe rafforzato la posizione dell’Arabia Saudita, il suo rivale storico, al quale contende il ruolo di centro del mondo islamico. L’obiettivo del 7 ottobre era quindi di far saltare questo accordo che avrebbe permesso di voltare pagina nella regione. E in parte, purtroppo, ci sono riusciti, sebbene gli accordi di Abramo abbiano retto e si siano forse anche rafforzati, in particolare con gli Emirati Arabi Uniti, ai quali gli israeliani hanno fornito sistemi missilistici per difendersi dagli attacchi iraniani».
Ecco, la guerra con l’Iran non ha permesso di far cadere il regime, nonostante il sostegno americano.
«Io credo che sia stato decisivo il supporto della Cina, che ha fornito armi a Teheran, e della Russia. E credo anche che per capire il comportamento degli autocrati che governano Russia e Cina occorra partire dal ritiro americano dall’Afghanistan. Negli Stati Uniti da anni cresce la tendenza ad occuparsi degli affari interni, molti hanno iniziato a pensare che tutte le guerre all’estero fossero troppo dispendiose e sanguinose. Quindi hanno iniziato a tirare i remi in barca. Ma il ritiro dall’Afghanistan è stato disastroso. A quel momento Putin, che da anni esprimeva con chiarezza la sua volontà di restaurare la potenza dell’impero sovietico o comunque del vecchio impero russo, ha capito che era il momento giusto per avanzare. E infatti poco dopo ha invaso l’Ucraina, perché pensava che l’Occidente fosse troppo debole, troppo impegnato nei suoi affari interni. Putin pensava che nessuno avrebbe protestato e che in tre o quattro giorni avrebbe finito la guerra. Invece gli ucraini si sono difesi con una forza straordinaria, sono riusciti a mobilitare l’Europa, che per una volta si è mostrata più o meno unita, così che i russi si sono ritrovati a dovere chiedere aiuto a tutti, anche all’Iran, che gli ha fornito i droni che uccidono i civili ucraini. L’Iran si è conquistato un ruolo all’interno dell’asse di tutti coloro che vogliono contrastare l’influenza americana e questo gli ha permesso di beneficiare dell’importante sostegno cinese».
Tornando al conflitto israelo-palestinese, crede che la soluzione a 2 Stati sia ancora attuale?
«Io sono un sostenitore della soluzione a due Stati. Il problema è che ci vuole la fiducia reciproca. Dopo quello che è successo il 7 ottobre, in Israele questa fiducia ha perso molti consensi. Quel giorno sono stati attaccati proprio i villaggi di confine dove la maggioranza della popolazione cercava il dialogo, la convivenza, dove venivano portate avanti associazioni di aiuto ai bambini palestinesi per farli curare negli ospedali israeliani. I villaggi devastati il 7 ottobre sono abitati da persone che credono nella pace, che in molti casi impiegavano palestinesi come giardinieri o nei campi e che quella mattina hanno visto tornare alcuni di loro come terroristi. Dopo quello che è successo, è difficile fidarsi. Per guardare oltre questa pagina così oscura ci vorrà da parte israeliana un atto di creatività e coraggio».
E da parte araba c’è la fiducia?
«Io credo che da parte del mondo arabo musulmano serva innanzitutto un onesto e limpido riconoscimento della realtà dello Stato di Israele, sia da parte delle autorità, sia da parte dell’opinione pubblica. Un riconoscimento vero, sincero, concreto. Finché non ci sarà questo riconoscimento sarà difficile parlare di pace».
La situazione potrebbe cambiare se il 27 ottobre dovesse finire l’era Netanyahu?
«Non saranno le elezioni a risolvere miracolosamente la situazione. I sondaggi indicano che la coalizione di Netanyahu non dovrebbe ottenere la maggioranza. Non ha la maggioranza neanche l’opposizione che però sembra essere in leggero vantaggio. Ma il fatto è che chiunque vada al governo si ritroverà a dover affrontare i medesimi problemi di oggi. Magari potrà farlo in maniera diversa, ma nessun governo potrà restare tranquillo finché a Gaza ci saranno decine di migliaia di terroristi con una rete di tunnel in parte ancora intatta e finché non sarà crollato il regime degli ayatollah. Io vedo che in Israele c’è voglia di voltare pagina e credo che Netanyahu abbia fatto il suo tempo. Probabilmente pagherà anche il fatto di essere stato al governo il 7 ottobre e di non aver né saputo cogliere i segnali d’allarme, né reagire in maniera tempestiva. Ma non credo che con un nuovo governo la situazione cambierà radicalmente».
Una parte d’Occidente continuerà a vedere Israele come il male assoluto?
«Uno dei risultati del 7 ottobre è stato quello di estremizzare le posizioni, di favorire chi non vuole la pace bensì il caos. Ma questo i media non hanno voluto raccontarlo. Hanno scelto di descrivere Israele come un Paese che ha tutte le colpe del mondo, hanno mostrificato gli israeliani e gli ebrei, hanno creato anche involontariamente le condizioni per la peggiore ondata di antisemitismo dai tempi della Shoah. Spiace constatare come anche nel mondo cattolico si sia andati ben oltre quello che succedeva a Gaza e si sia scatenata una sorta di guerra santa contro Israele che non contribuisce a risolvere quello che accade in Medio Oriente. Ho letto giornali cattolici che titolano «Israele, cristiani perseguitati», quando qui a Gerusalemme la domenica sento le campane che suonano da più parti, vedo un imponente istituto di suore, vedo chiese con crocifissi, vedo frati che studiano e fanno varie attività. Che ci possano essere contenziosi è chiaro, che ci siano aggressioni odiose contro i religiosi da parte di estremisti ebrei è vero ma vengono repressi dalle autorità, ed usare il termine «perseguitati» è un modo per fomentare l’odio. I cristiani in Israele sono in aumento, al contrario di quanto avviene nel mondo arabo e nei Territori palestinesi da dove molti scappano perché ai problemi creati dalla presenza dei militari israeliani si sommano le discriminazioni da parte degli integralisti islamici, che considerano i cristiani un corpo estraneo, come degli stranieri, una minoranza nella minoranza. Di questo in Occidente non si parla».
Perché?
«In Occidente ci sono tante persone che vedono nel Medio Oriente la proiezione dei loro sogni, gente che non è mai stata in questa regione e che fa propria la propaganda dei gruppi fondamentalisti, senza cercare di ascoltare o capire cosa succede. Le aggressioni che ho subito sono, purtroppo, il frutto di questa cultura che non è più interessata al dialogo».





