Ci risiamo, e nemmeno ci sorprendiamo più. Ieri mattina, nella bacheca di Radio1, a Saxa Rubra, qualcuno ha appeso un manifesto firmato Global Sumud e Libere di lottare: un ebreo ortodosso con le fattezze della bestia, travestito da escursionista, davanti a un microfono del Tg1.
Il bersaglio è Giovan Battista Brunori, corrispondente da Gerusalemme. La DIGOS ha acquisito il manifesto, la Rai ha aperto un’indagine interna. Le condanne istituzionali sono arrivate puntuali, nette, tempestive. Come sempre. Dopo. Come sempre.
La filologia del capolavoro è nota a chiunque abbia seguito la settimana. Brunori, raccontando gli scontri di Tell in Cisgiordania, aveva usato la parola “sbagliata”: escursionisti.
Nel giro di quarantott’ore la contestazione lessicale è diventata una nota di partito, poi un’accusa di “propaganda sionista” in commissione di vigilanza, poi la richiesta di provvedimenti. Provvedimenti. Contro un corrispondente, per un sostantivo.
E mentre la macchina girava, gli attacchi personali arrivavano fino alla moglie del giornalista, perché quando si processa la parola il fascicolo si estende sempre alla famiglia.
E infine, ieri, il punto d’arrivo che chi frequenta questo Paese conosceva prima ancora che la puntina toccasse il sughero: la caricatura. Quella caricatura. Perché quando la macchina si mette in moto contro un giornalista che racconta Israele, la stazione finale è sempre la stessa, e ha l’iconografia che ha.
Quanto fosse prevedibile lo dice il calendario: il giorno prima dell’affissione, Vito Anav, presidente della comunità degli ebrei italiani in Israele, aveva scritto che questi schemi riducono ogni ebreo allo stereotipo dell’ultraortodosso fanatico.
Ventiquattro ore dopo, lo stereotipo era in bacheca, disegnato con diligenza. Non ci vuole un profeta, in questo Paese, per prevedere l’antisemitismo: basta un osservatore con un po’ di memoria.
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