
Intervento di Giovan Battista Brunori, Caporedattore Tg2 Rai
Mercoledì 26 ottobre 2022 (ore 9:30, Aula Magna “Giovanni Paolo II”), in collaborazione con l’Associazione ISCOM, la Pontificia Università della S.Croce.
In questo periodo storico segnato dal ritorno della guerra anche in Europa non ci può essere tema più attuale della pace e del contributo che le religioni possono offrire per costruire una società pacifica.
Sono passati otto mesi dall’invasione russa dell’Ucraina e siamo giunti sull’orlo di un conflitto nucleare: siamo arrivati a questo punto a causa di una tradizionale guerra di conquista territoriale fatta con le bombe, i cannoni, i carri armati, un conflitto che ha riportato indietro le lancette della storia.
Nel mondo dell’informazione parliamo spesso di “guerra in Ucraina”, o “guerra russo-ucraina”: è facile giustapporre due Stati, due capitali, due popoli, dando voce agli uni e agli altri, come siamo giustamente abituati a fare noi giornalisti.
E’ bene però notare che non si tratta di una guerra tra due popoli, anche se le terribili violenze che si stanno abbattendo sui civili ucraini stanno alimentando un odio profondo tra ucraini e russi:
da una parte c’è l’iniziativa di un capo di Stato che nel corso degli anni ha dato vita ad una dittatura, che perseguita i giornalisti e gli oppositori politici e che ha deciso di invadere un paese sovrano, in linea con la tradizionale politica imperialista degli zar. Una invasione frutto della volontà di potenza di una persona, del culto della forza, della naturale tendenza di ogni nazionalismo ad espandersi e a schiacciare i più deboli, a scatenare la maggioranza contro le minoranze o contro un nemico esterno per distrarre il popolo dalle difficoltà interne. Dall’altra parte c’è un popolo che difende la propria vita, la propria libertà.
L’Unione europea, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, ha garantito un periodo di pace mai visto nella storia del nostro continente: si tratta di un patrimonio prezioso ma fragile allo stesso tempo. La pace, come la democrazia, il rispetto della vita altrui e il rispetto dell’identità del diverso da noi, sono un bene da perseguire ogni giorno.
Diceva don Milani, “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra diversi.”
Non serve quindi assumere la postura di chi – magari seduto su un divano o appollaiato sul proprio account twitter – si erge a mediatore tra due contendenti per dire “fermatevi”.
La pace – la vera pace – è un percorso che nasce da sentimenti, da idee, da progetti nuovi.
La pace deve soddisfare tutti, non può lasciare risentimenti che preparano una nuova guerra. Non può essere la resa del più debole, non può diventare la consacrazione della legge del più forte, non può portare all’indebolimento dei valori democratici sui quali è edificata l’Unione europea, la patria dei diritti.
Certo, la minaccia di una distruzione del pianeta deve spingere i leader mondiali a fermare l’escalation; ma ciascuno secondo la propria quota parte può costruire la pace, una pace fondata sulla giustizia.
In particolare un ruolo significativo lo ricoprono le religioni che da secoli o millenni sono parte delle società, parlano al cuore dei popoli, purtroppo non senza contraddizioni e violenze.
Nel medio e nel lungo periodo le religioni nutrono le idee e ispirano i comportamenti dei fedeli.
Le religioni, quando non si lasciano fuorviare dagli integralismi, quando non si lasciano catturare dal sogno di una purezza confessionale o di purezza etnica, quando non si lasciano manipolare dal potere politico, nel loro nucleo centrale manifestano una profonda aspirazione di pace.
Le religioni sono o possono diventare laboratori di dialogo verso chi è diverso da noi. Possono essere scuole di pace o scuole di guerra a seconda degli insegnamenti ai quali intendono dare priorità, a seconda di cosa intendono estrarre e valorizzare dal tesoro delle loro tradizioni.
Siamo di fronte a tradizioni religiose che hanno storie millenarie: dunque è determinante prestare attenzione all’interpretazione delle Sacre Scritture; occorre evidenziare nei testi delle tradizioni religiose quel nucleo autentico di valori universali che parlano di pace, di bene comune, di armonia, di amore, lasciando sullo sfondo invece quegli elementi oramai datati, che fanno riferimento ad un contesto storico-culturale permeato tradizionalmente dalla violenza. Un autentico spirito religioso non può che portare al benessere e all’armonia tra i popoli.
Per imboccare la strada della pace occorre innanzitutto educare alla pace e al dialogo le giovani generazioni. In un contesto multiculturale e multireligioso come il nostro è necessario parlare di religioni al plurale anche all’interno dei programmi scolastici. Solo così gli studenti provenienti da diverse culture possono sentirsi riconosciuti nella loro identità e questo può favorire la loro integrazione. E’ importante che questo principio venga applicato all’interno delle strutture scolastiche perché la scuola è il primo luogo nel quale gli studenti imparano a convivere, prima ancora che negli ambienti amicali, con i pari età. Il riconoscimento, l’accettazione dell’altro, la reciproca conoscenza tra varie tradizioni culturali si impara (o si dovrebbe imparare) proprio tra le mura scolastiche.
La scuola pubblica in particolare è l’ambito nel quale gli studenti imparano a conoscersi, a non aver paura del diverso: dunque anche le principali religioni mondiali dovrebbero avere voce in un programma didattico che porti i ragazzi a conoscere differenti esperienze. Solo la conoscenza può abbattere i pregiudizi creando il terreno favorevole per il dialogo tra le culture, l’armonia tra i popoli e la pace.





