AMORE, PACE, PACIFISMO. Il Tempo, 5 settembre 2026

Intervento in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica, Milano, 6 settembre 2026. 

Di Giovan Battista Brunori

“Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso.” (Levitico 19,18).

Questo comando è il cuore dell’insegnamento biblico, il resto è contorno. 

L’amore non è un’emozione passeggera ma è ciò che ci tiene in vita; è la forza che muove e rinnova il mondo, che spinge gli esseri umani a cooperare, a migliorare loro stessi e l’ambiente circostante.

Amare è voler bene ad una persona, ma anche dedicarsi ai malati, curare le malattie del pianeta, sanare le ingiustizie, riparare il mondo, il “Tiqqun Olam” della tradizione ebraica. 

L’amore vero non esclude nessuno, ha empatia per tutti, non è “cieco” ma al contrario comincia proprio quando la cecità svanisce. Non cerca gli applausi l’amore, non è un bel sogno, non è fatto di bei discorsi: è “concreto” e porta frutti di armonia e di pace. 

Se però la nostra analisi della realtà è difettosa, se l’oggetto del nostro amore è solo una proiezione delle nostre idee, delle nostre ideologie, allora l’amore perde di efficacia e può diventare addirittura tossico: nell’era dei social network e dell’intelligenza artificiale fatti veri spacciati per falsi, notizie false spacciate per vere, creano allucinazioni e suscitano forti emozioni dando vita ad odiose guerre culturali.

I bambini di Gaza hanno sofferto in modo orribile a causa della guerra, dunque tutto ciò che può servire per aiutarli, come la candidatura al Premio Nobel, è un gesto di amore verso di loro.

Tuttavia la proposta –  nonostante le migliori intenzioni –  si inserisce nel solco di una narrazione che in questi anni ha attribuito le responsabilità solo ad una parte, narrazione che è parte del problema e non della soluzione: un racconto che, a livello internazionale, ha contribuito alla “mostrificazione” di Israele facendo oggettivamente il gioco di Hamas e dunque il male degli stessi bambini di Gaza, usati dai terroristi come “carne da cannone”. 

La proposta in realtà include un riferimento ai  bambini israeliani vittime del 7 ottobre, ai bambini ucraini, russi, iraniani e sudanesi, ma il modo in cui viene veicolata involontariamente trasmette anche un messaggio implicito: “i bambini non sono tutti uguali”. 

Mentre i riflettori si spengono rapidamente sui piccoli ucraini uccisi dai droni russi, il silenzio è tombale sui 150 mila morti degli eccidi in Sudan (con l’eccezione delle agenzie di stampa religiose) tra cui migliaia di bambini, stupri sistematici su donne e ragazze, carestia, milioni di sfollati. Silenzio sugli 80 mila bambini yemeniti morti per fame e sulla sistematica violazione dei diritti umani in Eritrea.

Ma fuori dai radar mediatici sono rimasti anche il progetto dell’Iran di cancellare Israele e lo sterminio di 40 mila civili iraniani in due soli giorni, la scelta di Hamas di scatenare la guerra, la trasformazione di Gaza in una enorme piattaforma terroristica, l’utilizzo di bambini soldato e di piccoli innocenti come scudi umani.

La drammatica situazione di Gaza è stata l’evento internazionale che giustamente ha avuto la più intensa copertura mediatica degli ultimi anni: spesso però è stato omesso il contesto in                        cui avvenivano i fatti e non è stato dato conto delle altre tragedie del pianeta, suscitando nell’opinione pubblica l’impressione che tutti i mali del mondo dipendono da Israele, dagli israeliani e dunque dagli ebrei, contribuendo involontariamente alla più grave ondata di antisemitismo dopo la  Shoah. 

Senza nulla togliere alle legittime critiche al governo israeliano e alle accuse di sproporzione nell’uso della forza militare, negli ultimi anni si è assistito però allo scatenamento di una vera e propria “guerra santa”, sui social, nell’arena sociale, politica e religiosa: in pieno delirio woke, a suon di intimidazioni e campagne di boicottaggio, il mondo  è stato diviso in buoni e cattivi, sfruttati e sfruttatori, in cui Israele, gli israeliani e gli ebrei sono stati messi in blocco dalla parte sbagliata della storia. Novelli tribunali rivoluzionari” vorrebbero instaurare un nuovo “periodo del Terrore” contro chi non si allinea alla narrazione dominante.

Non tollera “stecche” anche il coro buonista che invoca il no all’uso delle armi in qualsiasi contesto, anche a scopo difensivo. Mentre la popolazione è scossa dalle guerre, il pacifismo “radicale” che si va diffondendo costituisce un oggettivo assist per dittatori e autocrati che stanno dando l’assedio ai nostri sistemi liberali. 

Tutte le persone di buon senso amano la pace e vorrebbero risolvere le controversie con trattative diplomatiche, che però talvolta non sono sufficienti: l’invasione russa dell’Ucraina ci ricorda che la pace non è un dato acquisito per sempre. Non si tratta di sposare una deriva militarista ma di ricordare che i decenni di pace e di libertà di cui ancora godiamo – piaccia o no – sono cominciati con una sconfitta militare contro il regime nazista 81 anni fa. 

Il primo ministro britannico Chamberlain, alla vigilia del più orrendo bagno di sangue della storia, annunciava di aver raggiunto la pace sventolando sorridente a favore di telecamera il foglio firmato e poi stracciato da Hitler. Il futuro premier Winston Churchill, allora voce isolata e contraria all’accordo con i nazisti, commentava: “Potevano scegliere tra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra”.

Immagine di Giovan Battista Brunori

Giovan Battista Brunori